uscendo dalla mia stanza

Uscendo dalla mia stanza al secondo piano del dipartimento di filosofia, dove avevamo discusso le modalità dell’organizzazione della terza edizione del corso Donne, Politica e Istituzioni, Milena guardò di sbieco la locandina appesa vicino alla mia porta. Campeggiava un titolo: il filosofo e la politica. Con caratteri più piccoli c’erano tutte le altre indicazioni; luogo e ora dell’incontro: libreria Palmieri ecc. e il nome del “relatore”: Marisa Forcina, che poi sarei io e, come donna, dovrei essere nominata al femminile; ma, “relatrice”, a chi aveva fatto stampare quella locandina, doveva proprio suonare male.

Probabilmente evocava qualche cosa come lavatrice, e dunque bisognava evitare confusioni, tanto più che cose serie come filosofia e politica (guarda un po’ sono al femminile!) non potevano essere affidate a qualcuno che avrebbe potuto essere scambiato, se poco poco si leggeva male, per una lavatrice o lavandaia.

Per carità! la cacofonia di relatrice era da evitare; chissà perché poi relatrice debba suonare così male agli occhi dei più, di quelli che sono abituati a relatori come un bel suono! e la “cosa”, la conferenza appariva sufficientemente neutra, come quei golfini gemelli che vanno sempre bene, e, pazienza se ti fanno un colorito sbattuto signora mia, ma poi sono così eleganti e così fini! Quelli sì, che in qualunque occasione ti fanno sentire a posto, di cachemire e seta, vanno proprio sempre, in tutte le stagioni, e, soprattutto siamo così in pochi a poterceli permettere!

Davanti a quella contraddizione che mi travestiva da maschio, io che, vi assicuro, sono proprio una donna, anzi una nonna, con due figli nati persino senza parti cesarei, e un nipotino che ama la terra e gli animali, come me, avrei dovuto quantomeno arricciare il naso e, forse, l’ho fatto, ma poi ho lasciato correre, come sempre; ormai ci sono abituata. Ci si abitua a tutto. Ve lo assicuro.

Milena, sempre guardando di sbieco la famosa locandina, mi apostrofò: «il filosofo e la politica, genere maschile, genere femminile?!» L’estrema sintesi dell’ironia consentiva, come sempre, la contraddizione, e affermava molte più verità di ogni procedimento analitico. Io e lei lo sapevamo bene. Tanto più che, sia io che lei, avevamo in mente il genere femminile della politica prima, quella che si fa quando la libertà femminile va nel mondo e le relazioni tra donne cambiano i contesti o, come dire, la faccia della storia.

Sapevamo bene tutte e due che di genere maschile è la politica seconda, quella che viene fatta dal potere, anche se qualche volta prende nomi di donne. La politica seconda è quella che, come dicono su Via Dogana, fa diventare il mondo un campo di battaglia.
A tutte e  due, noi che veniamo da famiglie con mamme, zie e papà che nelle scuole di vario ordine e grado hanno passato quasi tutta la loro vita, facendo passare dalla prima alla seconda e poi anche alla terza, visto che più spesso si trattava di liceo, tante generazioni di giovani, ci è sempre sembrato che essere in seconda era meglio che rimanere in prima, dove rimanevi solo se ti bocciavano.

Per la verità, tutte e due avevamo studiato Aristotele; i nostri bravi insegnanti ci avevano spiegato che la filosofia prima, per Aristotele è la metafisica, che è la parte più importante. Noi avevamo registrato la questione, spiegandocela più o meno così: la metafisica è la parte più importante della filosofia aristotelica, perché Aristotele ci si impegnò un po’ di più, e poi perché era quella che andava al cuore dei problemi della filosofia e ne trattava proprio l’essenza.

Tra la filosofia prima di Aristotele, la prima nelle classi scolastiche, la politica prima, c’era qualche equivalenza che non tornava ai conti. Noi, comunque, quando avevamo parlato di politica al corso promosso dal Ministero e dall’Università, avevamo inteso quella tradizionale,  anche se poi tutti i nostri discorsi e l’impegno delle nostre vite erano nel solco della politica prima.

Con in testa l’eco dell'ironia di quella battuta, tornai a casa e scrissi il testo che segue. Dovevo inviarlo ad un quotidiano leccese. C’era l’accordo di pubblicare un pezzo di 3000 battute prima della conferenza in libreria. Lo mandai. Ahimé, era venuto più lungo: 5000 e rotte. Il prof. che curava gli invii al giornale, mi chiese di tagliare. Capii che voleva anche una cosa classica, che doveva assomigliare più a quei golfini. Lo tagliai, sacrificando tutto quello che mi sembrava più simpatico e lo resi neutro. E fu accettato.

Quando Milena, qualche giorno dopo, mi ha chiesto un pezzo per cittadinanze.it, le ho passato il testo prima versione.
Ancora la prima che è migliore! A quel punto, una cittadina redattrice, ex alunna allenata alla filologia, ha segnalato le parti consegnate al quotidiano. Non c’è plagio, visto che sono sempre io.
Comunque sarebbe bello vedere evidenziata la differenza tra la seconda e la prima versione. Come sempre, aveva ragione Aristotele, la prima è quella che va al cuore delle cose: anche per il semplice racconto del rapporto tra il filosofo e la politica. Come la politica prima, e come la metafisica (filosofia prima), c’è un di più di libertà quando si va al cuore delle cose, cogliendo il movimento della gente si vede che sposta di più, nel mondo, il senso delle relazioni che non i rapporti di potere.

La collaborazione produce sempre un di più, come le relazioni. 
Penso che troverete il modo di segnalare quella differenza. 

18 marzo 2006                   M.F.

[ Ndr Citte Citte: di seguito, Il filosofo e la politica. 
I  grassetti sono nostri. Segnalate in un riquadro come questo, lo stesso usato per i Ricostituenti, le parti definite dall'autrice più autentiche. Che lussu, Marisa!
A colei che ci ha fatto conoscere, lo dobbiamo.
 ]
 





Il filosofo e la politica.

Una storia che attraversa duemilacinquecento anni. Troppi.
Potrebbe essere il titolo di un romanzo, o di un film.

Sembra un’altra versione del film Il principe e la ballerina, con quella vecchia volpe di Laurence Olivier, come regista e attore, e la bellissima Marilyn Monroe, perennemente inguainata nel suo vestito bianco fasciante, seducentissima e sexy, ma sveglia e attenta nel gioco dello scontro, della fascinazione e dei rapporti di forza con il maschio, della schermaglia sensuale.

Il genere maschile del primo termine (perché davvero nella storia, i filosofi sono sempre stati uomini, solo il Novecento ha visto qualche donna in filosofia) e quello femminile di politica, consentirebbero la narrazione di una storia d’amore mancata o tradita, tanto più che quel secondo termine non è affatto astratto, anzi è terribilmente concreto e ha persino un corpo: il corpo politico. Perché la politica, nata con la polis, fu all’inizio essenzialmente un’antropologia e descriveva proprio il corpo della polis, il modo in cui gli abitanti della polis vivevano insieme e formavano un corpo organico.  

La politica fu dall’inizio l’oggetto privilegiato della filosofia, al punto che, Aristotele, quando definiva l’uomo uno zoon politikòn, definiva l’uomo e non la dimensione umana della politica; al contrario, definiva l’uomo anche quando lo chiamava idion, letteralmente idiota, se e quando non era politico. Un uomo non politico era un essere inferiore, un meno-che-uomo.


Oggi, in modo “politicamente corretto” abbiamo imparato a non connotare nessuno come tale, ma ai tempi di Aristotele la “buona società” era sempre politica ed era caratterizzata esplicitamente da un tra-uomini, in grado di “partorire secondo l’anima”, ossia di disquisire e far nascere nuovi discorsi che poi, per essere i migliori, dovevano essere giusti e, in definitiva, etici.

  

Dalla filosofia e dalla politica, sin dall’inizio, furono escluse le donne. Anche oggi. Sono le categorie fondative dell’una e dell’altra a creare tale esclusione, ma questa è un’altra storia.
Il filosofo e la politica narra, invece, di quella coppia perennemente in crisi; una coppia che si ama e si cerca, con due soggetti che si desiderano: l’uno vorrebbe possedere l’altra (da Platone in poi, il compito del filosofo è stato quello, per dirla con Husserl, di essere il “funzionario dell’umanità”, con una palese, paternalistica e talvolta anche egemonica funzione di guida sulla politica), ma lei, che pure lo corteggia, nella sua vita quotidiana non ama accompagnarsi a lui, perché ogni volta lui si è rivelato davvero un tiranno (ancora da Platone a Fourier, a Hegel a Heidegger non sono i compromessi con la politica ad essere pericolosi e tirannici, ma è tirannico ogni discorso filosofico che vuole definire quale debba essere “l’ottima città”, come la chiamava Aristotele, che però si guardò bene dall’identificarsi con la figura del censore).

Il filosofo e la politica: lui per lei è catturante e ipnotico, è la sua Vox  e il suo Geist, non solo manifestazione verbale, come lo era la vox populi del tardo impero, ma è colui che è in grado di chiarire a lei il suo stesso “spirito” (Montesquieu) e, quando lei ha voluto sentirsi diversa e autonoma, ha trova il suo Principe che le ha dato autonomia: Machiavelli.“Volendo un principe mantenere lo stato è spesso forzato a non essere buono”, ad operare “contro la fede, contro la carità, contro all’umanità, contro alla religione”. Lei, per lui, è il suo sogno più concreto e insieme utopico, è la messa alla prova della sua parola e della sua libertà, da Platone ad Erasmo, a Moro, a Rousseau l’educazione del capo, del principe, di Emilio colora l’umanesimo di sempre.
Con leggere sfumature differenti il futuro governante “deve diventare filosofo”, sia pure come in Erasmo nel senso della philosophia Christi avvezza a perseguire il criterio di un agire finalizzato al bene comune, o come in Moro dove la verità del filosofo viene sempre affermata con mezzi spirituali, che insegnano la tolleranza, al fine di evitare lo scontro armato, perché lì hanno sempre la meglio gli uomini peggiori. Nell’utopia, la storia tace, perché il Paradiso che realizza il progetto è un eterno futuro-anteriore-prossimo, e ogni progetto non è mai realizzato pienamente come lo era nella testa del filosofo, capace quasi sempre di saltar fuori dalla storia e dal contingente. Ma la politica, così come noi, sa che non è possibile alcuna migrazione collettiva dalla storia.

Persino Kant, infatti, che tra tutti è il più incline a considerare l’uomo e non solo il filosofo capace di produrre se stesso attraverso la ragione (Che cos’è l’illuminismo), sa bene che l’uomo è fatto di “legno torto” e che, pertanto, non può essere “cittadino attivo” se non quando, per censo è affrancato dai bisogni e dalla contingenza della sua stessa storia. Ancora una volta, nonostante le sue belle idee su una politica in grado di far valere il diritto e la ragione di tutti e, attraverso queste, restituirci una Pace perpetua, consentirà solo al maschio, borghese e possidente di potersi dedicare a una cittadinanza attiva e quindi anche a una pratica attiva della suo sapere. A donne e a tutti gli altri, a “i dipendenti”, nessuna cittadinanza.
Il filosofo e la politica vorrebbero stringersi in un abbraccio salvifico, ma rimangono inchiodati, anzi, fino al taglio separatore, sono contrari, e ogni volta si impongono lontananze oceaniche, espresse con voci diverse, dall’epicureo lathe biosas (vivi nascosto, lontano) al novecentesco Benda che non voleva Il tradimento dei chierici, ossia che il filosofo tradisse la sua natura (o la sua casta?) con la politica.

Condannati a fare come la volpe e la cicogna che si invitavano a pranzo e l’una faceva in modo che l’altra non potesse mangiare nell’inadeguata ciotola dell’altra, il filosofo si affida alla fatica del concetto per trovare il fondamento, l’episteme, il sapere, la scienza , che necessariamente non possono appartenere a tutti; l’altra ha come sua categoria la doxa, l’opinione, cosa di tutti. Le categorie procedurali dell’uno sono necessariamente elitarie: il sapere e la scienza non sempre appartengono a tutti; le categorie dell’altra sono condivisibili, si fondano sull’opinione, sull’opinione  pubblica, che è ciò che costituisce il principio di legittimazione, il contenuto che dà sostanza e operatività alla sovranità popolare. L’opinione permette il consenso e il dissenso a ogni “governo consentito”, e la democrazia si fonda sul consenso e permette e presuppone il dissenso. Di che? Dei valori, dei fondamenti e delle regole del gioco. E il filosofo occhieggia dietro l’angolo,  di nuovo a sedurre con il suo dirci raffinato quali sono i valori e quali le regole…

La riflessione filosofica avviene attraverso le sue proprie categorie, sicché quando il filosofo pensa la politica ciò che ne viene chiarita è la filosofia stessa e non tanto la politica. La stessa cosa è per la politica che preferisce la certezza del suo stesso percorso reso solido dalle norme. Anche san Tommaso affermava che per il governo della città era preferibile un uomo buon cittadino a un uomo santo.

Tuttavia il filosofo può ancora darci delle indicazioni non nella designazione di ciò che può e deve essere la politica, ma nella ricerca dei luoghi che consentono pensieri e definizioni divergenti, attraversati da varianti storiche e concettuali. Invece di ridurre a un senso unico la politica, o invece di gestirla, il filosofo può proporre delle categorie con cui illuminarla, a cominciare da quelle che hanno creato delle assenze strutturali, a cominciare dall’esclusione di quella metà della popolazione umana che sono le donne. È solo in ciò che può consistere il suo contributo essenziale, nell’indirizzo verso una migliore “comprensione” della politica e questo, oggi, proprio le donne stanno cominciando a farlo.

                                                                                             Marisa Forcina  

 

Pari pari dal..

CURRICULUM VITAE di Marisa Forcina
Professore associata di Storia delle dottrine politiche
E’delegata del Rettore per le Pari Opportunità dal novembre 2001 e dal novembre 2004 anche per le Fasce Deboli nell’Università di Lecce.
 Le sue ricerche tendono ad analizzare il senso della soggettività femminile in rapporto al pensiero e alla politica e ad evidenziare come tale soggettività abbia contribuito a rinnovare il pensiero tradizionale in direzione di un ampliamento della problematica della giustizia, dell’uguaglianza, della libertà e dell’autorità; su questi temi ha curato l’organizzazione scientifica e gli atti di numerosi incontri internazionali.
Ha pubblicato saggi sul pensiero socialista europeo dell’Ottocento e Novecento e sulle forme non totalitarie della ragione e della politica; ha analizzato i temi della corporeità, dei diritti e della cittadinanza, in particolare di quella femminile.
   Tra i volumi di cui è autrice segnala: Rivoluzione permanente e populismo.(Ipotesi su Trockij), Messapica, Lecce 1976; I diritti dell’esistente. La filosofia dell’Encyclopédie Nouvelle(1833-1847), Milella, Lecce 1987;  Dalla ragione non totalitaria al pensiero della differenza, Capone editore, Cavallino di Lecce 1990;  Ironia e saperi femminili,  Franco Angeli, Milano 1995, II ed. 1998;  Soggette, Franco Angeli, Milano 2000;  Una cittadinanza di altro genere. Discorso su un’idea politica e la sua storia, FrancoAngeli, Milano 2003.

ndr:

Marisa Forcina, lo abbiamo già scritto, è colei che ci ha fatto conoscere.
Quindi, a cose fatte, fra un po' di tempo, potrebbe essere annoverata tra le autrici prime del misfatto. Tra le tante cose che ha scritto, una sull'Ironia.
Pertanto, comprenderà se con Lei ci prendiamo una certa libertà.
Fermo restando il rispetto, per non dire della stima, ché il primo si deve e la seconda resta... devi sapere...
-  ma forse lo sai anche se non sei delle nostre... mere (trad. dal salentino = parti) -
... che furcina è sinonimo di altro, strumento utile, d'uso quotidiano eppure tratto distintivo di una qual certa nobiltà, quando è venuto al mondo.
È anche cosa che all'occorrenza segna, infilza o... s'attorciglia.
Ora che te lo abbiamo spiegato, capirai perché, e Lei non se la... piglia
se, giocando su uno e l'altro senso, per noi quella docente resta
(infatti così tra noi la chiamiamo) 

....una signora molto Posata!

                                                                                Citte citte

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