una scuola nuova


Una scuola nuova. Un luogo diverso in cui fare politica e intrecciare saperi ed esperienze di donne.
Nel cuore dell’entroterra otrantino si inaugura, nei giorni dal 1 al 3 settembre, la scuola politica dell’UDI (Unione Donne in Italia), promossa dalla Sede nazionale e Archivio centrale e dall’Udi Macàre -Soleto.

La splendida Tenuta “Le Costantine”, che accoglie i locali della scuola, è situata nel cuore di un paesaggio campestre, circondato da alberi e verde, da orti e frutti rigogliosi, l’aria intorno è piacevolmente aromatizzata dall’odore dolce ed agro di una natura che si prepara a mutare le sue fattezze e accoglie la piacevole frescura della nuova stagione ormai alle porte.
È un luogo simbolicamente e storicamente intriso di una storia tutta al femminile. Nasce, infatti, dalla passione per il ricamo di una giovane nobil donna, Carolina, appartenente alla famiglia De Viti de Marco, la quale trasforma un’attività consumata nel chiuso di una abitazione insieme alle donne ricamatrici del Salento, in una vera e propria impresa a livello internazionale, rompendo gli schemi di una tradizione domestica chiusa e segregante.
Da questo atto di grande emancipazione femminile, nasce una Masseria di grande prestigio, che rimarrà aperta e attiva fino al 1920, esportando i suoi preziosi ricami, fino in America e in Russia.

Su questo scenario altre donne, ricamatrici di saperi diversi e forti di una passione che fa della politica delle donne, una scelta di vita e una pratica costante di relazione, decidono di incontrarsi e di dare vita ad una scuola che ne riprende lo spirito e si rimette in gioco con un’altra sfida “…
E ormai ci è ben chiaro perché nella dimora che fu di donna Carolina non può che esserci una scuola di tessitura e di ricamo che riprenda e sviluppi in chiave nuova le sue realizzazioni, e perché si pratichi l’agricoltura biodinamica, e infine perché proprio questo è il luogo adatto per una scuola politica dell’UDI”.

A rendere l’atmosfera ancora più affascinante e stravagante nella Masseria che ospita le donne della scuola, si aggira tra una stanza e l’altra, la leggenda che da il nome alle donne dell’Udi di Soleto, le Macàre, a cui va una buona fetta della riconoscenza per aver reso possibile queste tre giornate di incontro e che per questo meritano un breve accenno alla loro storia.
 
Le Macàre erano le figlie della notte, anche un po’ permalose e vendicative e si narra che tanto tempo fa, un certo numero di Macàre, all’alba di ogni primo di maggio, amava riunirsi concentrandosi verso Soleto, chiamato da tempo remoto il paese delle streghe, dove entravano al suono della tarantella, ballando, vestite in maniera eccentrica, combinando scherzi di tutti i generi. 
Forti dello spirito di queste donne che amavano sfidare attraverso la danza e il riso, le donne della scuola dell’UDI si preparano ad affrontare un momento di scambio e di confronto politico importante su un tema che proprio in questi giorni sta indignando molte donne e femministe sui gravissimi fatti di violenza accaduti.

Tema della scuola, infatti è “Leggere una legge”, in riferimento alla legge 66/1996 sulla violenza sessuale.
Lo scopo è di ri-leggere il percorso politico, legislativo e storico che ha portato le donne del movimento femminista degli anni ’70, a scendere in piazza per la proposta di una nuova legge contro la violenza sessuale, e nel ragionare insieme sul senso che questa legge acquista oggi, alla luce dei gravi fatti di violenza di cui siamo tutte testimoni e di una nuova responsabilità politica che ci chiama ad intervenire nel dibattito attuale all’interno dei diversi movimenti politici.

Claudia Lisi, ha ripercorso le tappe fondamentale di quel dibattito politico, raccogliendo minuziosamente e con grande cura i documenti e le carte che lo hanno documentato ed estraendo i punti di maggior interesse e di maggior incidenza politica:
“Tutto comincia il 29 marzo 1980 quando viene presentato al parlamento il testo di una proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta da ben 300.000 firme (secondo la costituzione italiana ne sarebbero bastate 50.000). Il dibattito sulla necessità di una legge nuova sulla violenza sessuale si era aperto già nel 1975.
La legge arriva nel ’96 a distanza di vent’anni. L’idea di una legge di iniziativa popolare matura infatti, intorno alla metà degli anni ’70, in un’Italia che, grazie al movimento femminista aveva visto crescere la consapevolezza della donna come soggetto e come “persona”.
La necessità di far uscire allo scoperto la violenza in famiglia, nasce dall’esperienza dei centri contro la violenza gestiti dal MDL e subisce un acceleramento nel 1975 dopo il famoso delitto del Circeo, seguito da altri efferati stupri di gruppo.
Lo stupro viene ormai percepito come il momento più drammatico anche se non sempre più appariscente del conflitto tra i sessi. Il dibattito si allarga, anche con uno sguardo alle esperienze transalpine, e con le richieste di costituzione di parte civile nei processi per violenza avanzate dal movimento femminista e dalle associazioni e affidate alla discrezionalità dei giudici.
Nell’aprile del ’78 il MLD presenta dunque una proposta di legge, e nell’autunno il MLD, l’UDI e il Movimento femminista romano di via Pompeo Magno si costituiscono in Comitato Promotore che ripresenta la proposta dopo le elezioni del nuovo Parlamento.
Legge di iniziativa popolare significa raccolta di firme: è questo lo strumento che più di ogni altro permette di raggiungere il maggior numero possibile di donne nelle piazze, sui luoghi di lavoro, nelle associazioni e di divulgare in maniera capillare i contenuti del progetto-legge.
Cosa chiedono le donne con le 300.000 firme?
- Il riconoscimento dello stupro come reato contro la persona e non più contro la morale pubblica e il buon costume;
- La riunificazione sotto l’unica denominazione di “violenza sessuale” per atti di libidine violenta e violenza carnale, in nome dell’unitarietà del corpo femminile;
- La costituzione di parte civile, il processo per direttissima e i dibattimenti a porte aperte;
- L’accertamento del mancato consenso e non della “quantità di resistenza” opposta e senza domande voyeristiche sulla “tecnica dello stupro”;
- La procedibilità d’ufficio (il punto più controverso anche all’interno del Comitato Promotore) e non a querela di parte;
- L’abrogazione degli articoli che prevedono il ratto a scopo di matrimonio o al fine di libidine, l’infanticidio o l’abbandono del neonato per causa d’onore, la corruzione di minorenni, la concessione delle attenuanti se la donna è restituita alla famiglia in buone condizioni d’uso o con la promessa di matrimonio;
- L’introduzione del reato di violenza di gruppo e la configurabilità della violenza sessuale tra coniugi e nei confronti della prostituta;
L’obiettivo è evidentemente ambizioso: non si tratta tanto, o solo, di aggiornare il codice penale, ma di avviare una trasformazione culturale attraverso la modifica di alcuni articoli del c. p. con il superamento della visione patriarcale che lo ispira, in cui il corpo della donna viene ipotizzato come proprietà di un uomo, padre, marito e concepito come oggetto di scambio tra uomini ”.

Perché leggere una legge?
Per “denunciare senza vergogna la violenza, anche la più umiliante come quella sessuale. Istruire un dibattito collettivo sul problema.
Tradurlo in un progetto legislativo. Accompagnarlo nel dibattito parlamentare.
Fare mediazione tenendo fede al simbolico.

Di questo, tra l’altro, è fatta la politica: certamente questo ha fatto l’UDI con gli stessi gruppi femministi con cui aveva costruito la lotta per la legge sull’aborto e per i consultori, dal 1978 agli anni Ottanta, con la legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale che ha consentito alle donne di denunciare un abuso o una violenza senza paura di passare per istigatrici o perdenti.
“Con questo corso”, scrivono le compagne del progetto “Cittadinanze.it”, “vogliamo raccontare la storia di questa legge, che corrisponde anche a un periodo di significativi cambiamenti in Italia, ad una modalità della politica dell’UDI e alle vicende del movimento delle donne nel suo complesso.
Attraverso fonti, documenti, testimonianze, proveremo a ricostruire il contesto che ha fatto da humus ad un percorso legislativo per molti versi singolari, non sottraendoci, ove occorra, alla rilettura critica della nostra azione politica.

Proveremo ad incrociare i nostri sguardi, riconoscerci comunque responsabili del nostro presente e comunque titolari della sua rappresentazione, per smascherare anche oggi la violenza, subita o agìta dalle donne, ovunque si annidi ed in qualunque forma, anche dissimulata, si presenti, tuttora convinte che il solo fatto di nominarla trasformi le vittime in testimoni”.

Apre la prima giornata di incontro, Milena Carone,  dell’UDI Macàre e del Coordinamento nazionale dell’UDI, presentando il progetto e lo scopo della scuola evidenziando soprattutto la motivazione politica e l’esigenza che l’ha mossa nel realizzarla.
Milena rivendica l’importanza di un luogo come questo, per coniugare le  pratiche, i silenzi e i vissuti delle donne e farli diventare parole e azioni possibili.
Un luogo segnato dall’impegno dell’UDI che da 60 anni porta avanti questo imperativo, è il luogo in cui è possibile riprendere le parole della politica e provare a rinominare quella parola, ‘violenza sessuale ’, di fronte a cui ci si è fermate trent’anni fa e di fronte a cui, dice Milena, si avverte una sensazione pesante di ‘nausea’.

Questo luogo è stato possibile grazie anche alle sollecitazioni di una donna che si è spesa molto per renderlo accessibile, Cristina Rizzo, Sindaca del comune di Uggiano, la quale sottolinea il valore storico che ha la fondazione Le Costantine, come luogo nato grazie alla capacità delle donne che lo hanno costruito e si dichiara ugualmente aperta ad un momento di confronto e di riflessione tra donne nonostante la sua non appartenenza ad un gruppo o associazione politica.

Pina Nuzzo, delegata nazione dell’UDI di Roma, a partire da sé ri-legge la sua storia mettendo in evidenza l’importanza delle relazioni politiche nella sua esperienza di donna dell’UDI e l’efficacia di un luogo, da lei fortemente voluto, in cui aprirsi al dialogo con altre donne.
Pina sostiene con forza come, la costruzione di un luogo in cui donne differenti per età e percorsi, oggi possano riprendersi la parola, è possibile solo se si crea un contesto come questo in cui ad emergere non siano posizioni e interventi preparati, ma un confronto continuo tra esperienze di vita e storie diverse attraverso cui mettersi in gioco: “Oggi la politica delle donne non si trasmette solo attraverso corsi e master, ma anche soprattutto attraverso l’incontro e il confronto e il coraggio di rileggerci e rinominarci insieme per dare una lettura diversa della realtà e per trovare ‘parole collettive’ che ci rappresentino, perché creare una forma politica in cui l’altra possa trovare la sua appartenenza, è un momento di costruzione di quel ‘noi’ che va recuperato”.

Chiude la prima parte della mattinata l’intervento di Annalisa Marino, responsabile dell’archivio centrale dell’UDI di Roma, che ripercorre con notevole elaborazione politica, una storia di crescita culturale e collettiva, patrimonio di tutte, che affonda le sue radici negli anni ’70, in quella “geografia implicita di luoghi deputati a soli uomini, in cui la vita delle donne veniva regolarizzata e normalizzata relegandola ai luoghi istituzionali.
Oggi la stessa lettura, può essere data nel tentativo di privatizzare i luoghi pubblici, che la violenza ha trasformato in luoghi di pertinenza esclusivamente maschili”.
La collettivizzazione è uno strumento di difesa contro tali forme di privatizzazioni, sostiene Annalisa, e oggi si è persa. Il discorso sulla violenza si affronta su un piano di discorso che non è più quello su cui avevano riflettuto donne della generazione precedente: “Oggi la donna è connotata come ‘vittima’ e non più come ‘colpevole’.

Prima la donna stuprata era considerata colpevole, perché induceva lo stupro con il suo comportamento indecente e irrispettoso. Il nostro sforzo è di farla passare dal ruolo di vittima al ruolo di testimone, spostamento che richiama ad una responsabilità collettiva, perché in quanto donne e cittadine, siamo tutte colpite nella nostra libertà e siamo tutte esposte ad una violenza ormai strutturata sul corpo delle donne, che attraversa vari livelli, fino ad arrivare allo stupro”.

Su questi stimoli incredibilmente forti, le donne della scuola politica dell’UDI, iniziano un percorso di riflessione e di elaborazione che porterà, ognuna a modo suo, a dare un connotato diverso alla parola ‘libertà’, mettendo in gioco parole e pensieri che spostano e modificano la realtà e creano nuove forme di condivisione collettive in cui sia possibile riconoscere nuovamente un “Noi”.
 

Articolo per delt@ di Antonella Petricone apparso su  www.udinazionale.org 

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