...di vivere legata al sesso con cui siamo stati individuati alla nascita, come donna che lavora nelle istituzioni e come cittadina che con le istituzioni si è confrontata sempre in vari modi ed in vari campi, mi viene un pensiero.
Non avendolo sentito esprimere da altri, l’ho espresso in un recente incontro.
Identità e riconoscimento dei rapporti di reciprocità.
Qualcuno quando nasciamo guarda l’apparenza con cui ci mostriamo per la prima volta al mondo e siamo iscritte tra le femmine o sono iscritti tra i maschi nell’anagrafe delle persone.
A questo si connette un altro pensiero, che pure non ho mai ritrovato in precedenti incontri o scritti.
Ancora oggi i dati delle anagrafi italiane sono strutturati in un’organizzazione che prevede il capo famiglia; per cui là dove non compare più il capo famiglia coniuge-maschio per legge, rimane però il capofamiglia anagrafico: il nome della moglie non è autonomo né paritario come previsto dalle norme del diritto di famiglia, ma è un sottoinsieme, come i figli, del nucleo di cui il coniuge maschio è il capo famiglia anagrafico.
Quando rifletto su questo mi sento ancora in un’organizzazione sociale che rende rilevanti le tribù. Che differenza c’è con le popolazioni afgane/talebane o irachene o quant’altre tribalmente governate?
Il marchio del sesso originario è insito nell’attribuzione del codice fiscale che nasce con noi al momento della registrazione anagrafica del nome da parte di chi lo fa e del sesso che è quello deciso dal documento rilasciato da una struttura della medicina pubblica.
Riprova: essersi battute per la scomparsa del nome del marito nella pagina interna della carta d’identità delle donne coniugate [legata ad una legge della prima metà del Novecento - 1900 - sulla minorità, e che non mi risulta abrogata], non impedisce ancora la citazione del coniuge in prima pagina, scritto a mano, in una carta d’identità cartacea che è compilata peraltro in modo meccanico-informatico.
Certo già un po’ diverso da quanto mi è successo in Grecia, non molto tempo fa, in cui, in occasione di un danno su strada, subito per la caduta di materiale da un camion in movimento, mi sono state fatte declinare, dalla polizia stradale, le generalità, accompagnate dal nome del padre e della madre.
? Non è il caso di chiedere a gran voce che i reperti tribali scompaiano ormai dalle anagrafi delle persone e lo sforzo che si sta facendo per le carte di identità elettroniche sia completato dall’individuazione della persona in sé, inclusiva di tutte le opzioni che ormai la scienza ha documentato e il valore della vita in sé, tanto sbandierato, che si esprime ormai nei 6 miliardi di umani, merita?.
Sento già le osservazioni di quanti mi vogliono rispondere: risolvi il problema di chi “vestito da donna” è interpellato davanti ad un documento che lo dichiara maschio; ma e la famiglia?
Già, la riflessione sull’anagrafe e sulla elettronica che si è tenuto stretto il capo famiglia non si limita a quanto detto prima.
La famiglia e la paura del suo cambiamento sembra essere dietro a questo italico e molto universale modo di condurre le cose. Non so cosa succeda altrove.
La famiglia è definita spesso in Economia “l’espressione in piccolo della società” e nei periodi di crisi ci si può ad essa affidare ed alla solidarietà che essa può mettere in campo per sopperire alla competitività senza limiti che il sistema post industriale sta propagandando, con le sue scorie di processo.
Nella mia mente il villaggio globale di cui siamo parte, volenti o nolenti, possiamo ormai considerarlo un’unica tribù in cui imperano OMS, WTO, OIL, ONU e quant’altro non mi ricordo, che organizzano le linee direttrici della vita sociale.
Possiamo quindi chiedere che i nuclei di 2 o più persone che si organizzano solidaristicamente meritino per ciò stesso di ottenere benefici sociali che finora sono stati pensati esclusivamente per i membri di una famiglia. Tanti anziani che si sposerebbero non possono farlo per non perdere la reversibilità della pensione.
Diamoci l’opportunità di vedere riconosciuti i comportamenti solidaristici e seguiamone l’evoluzione a mente aperta: nessuno ha la verità assoluta in tasca.

Le donne sanno: ognuno dei 6 miliardi di umani contemporanei nel 2000 sul globo terracqueo è nato da una donna.
La paura del dilagare dei musulmani, del potere dilagante dello “strano” capitalismo cinese, delle conoscenze ICT “indiane”, la denatalità dei bianchi……………
Denominiamolo diversamente questo nuovo nucleo di solidarietà che vuole emergere; non annettiamogli un valore morale, giuridico, sociale minore o sprezzantemente marginale, affrontiamo i problemi che si creano e inventiamo risposte originali.
Mai che si sappia, prima d’ora la situazione è stata l’attuale. “Inventiamoci” le soluzioni che ci occorrono.
Conosciamo la storia, ma non abbarbichiamoci a ciò che è stato.
In questa situazione dobbiamo farci carico di chi non è ancora presente e rappresentarlo: non è un problema di democrazia.
L’istinto di sopravvivenza della specie che ci ha fatto evolvere così ci fornisce i mezzi perché un numero sempre più grande di umani possa partecipare all’intelligenza generale: chi ha i mezzi hardware e chi software. Chi non ha. Quest’ultimo svolge almeno il ruolo attivo di cartina di tornasole; lo fa, anche se molti ciechi, sordi, muti ed altrimenti handicappati, fischiettano la loro irresponsabilità, l’arroganza dell’imprenditorialità, l’accumulazione finanziaria, l’accaparramento e lo spreco delle risorse di tutti.

Pensano al copyright del tuo genoma solo per averlo letto.
Si sono dimenticati di “pagare” il diritto di te, di accesso ai tuoi dati.
Maria Cristina Coccia
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Nel salutare Cristina Coccia, il 13 maggio all'Udi, le ho chiesto l'originale di questo pezzo, già uscito sul Paese delle Donne.
Poi ci siamo scritte mail.
La data, Cris?
Mmah... metti 2005.
Il tuo ritratto, Cris?
Se dici foto, non ne ho nessuna digitale; nel frattempo puoi mettere...
Già ci avevo fatto su un pensierino.
Con questa descrizione, Cris l'ha messo in atto e in rima.
Che dite, sarà lei l'ottava cittadina?
Vedremo, a settembre.
mac
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