quando precarie si nasce

Certe volte precarie si nasce.
Perché non ti senti mai del tutto a tuo agio, perché non sei mai soddisfatta, perché a un certo punto non ne puoi più. Mi capita spesso.

Perciò ho scelto. Scelto di andar via da un lavoro se non mi piace più, scelto di chiedere di più, scelto di non accontentarmi, scelto di rinunciare a certe cose pur di non dover accettare quello che mi fa star male, che mi fa soffrire, che non mi fa dormire, che mi deprime, che mi disgusta, che odio, che non mi merito.

Ho scelto di spendere i miei soldi con un occhio al domani sempre incerto e un occhio all’oggi che ho voglia di godermi, ho scelto di essere intera perché ho voluto che il mio lavoro e la mia vita fossero contigui. Perché voglio con tutte le mie forze dormire magari a pezzi ma dopo una giornata di godimento. Godimento per il lavoro che mi piace e su cui investo, che mi fa pure andare in bestia ma che amo, che sembrerà pure molto strano e indefinibile ma che per me è coerente.
Godimento per tutto quello che “voglio” e non che “devo” fare, per il cartellino che non devo timbrare, per il signorsì che non ho bisogno e non voglio dire, per i risultati che devo e voglio raggiungere per poter dire di aver fatto bene il mio lavoro, per i luoghi e i colleghi e la gente intorno che cambiano continuamente mettendo ogni giorno in discussione quello che so fare, e quello che pensavo di saper fare, e quello che capisco posso fare meglio, e quello che capisco devo imparare a fare da zero.

Sì, va bene, finora mi è andata bene. Però me lo merito. Credo di meritarmelo.
E non voglio rinunciarci a questa precarietà, e non voglio che qualcosa fuori di me sia più forte di qualcosa che è dentro di me. E credo che andrà meglio. Sempre meglio. Ci voglio credere.
E se non andrà meglio troverò un altro modo di andare avanti.

Perché odio questa ossessione dell’essere precari, e poi quelli che per non essere precari accettano la prima cosa che passa il convento, e poi piangono, magari addirittura vent’anni dopo, sulle ore e ore e ore e ore e ore che hanno buttato su un lavoro odioso, banalizzante, deprimente.

Odio questo piangersi addosso di quelli che potrebbero non farlo, odio quelli che vogliono la stabilità a tutti i costi perché vogliono... una “famiglia”?
Che la vogliono magari a costo di rinunciare a tutto, a se stessi, alle proprie passioni, alle proprie aspettative, alla propria vita, salvo poi recriminare alla prima occasione utile, magari prendendosela con questi benedetti figli al momento più opportuno, cioè quello meno opportuno.

Se stabilità vuol dire lasciarsi scivolare addosso la vita, accettare passivamente quello che viene, arrangiarsi alla meno peggio, battersi il petto, passare sopra le cose pur di non turbare gli equilibri, seguire il corso che le cose "dovrebbero" avere, io passo.
E nel precariato voglio annegare.

 

 

febbraio2007                                                 milo

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