Quando si alza a parlare, quel 25 giugno 1946, Vittorio Emanuele Orlando ha ormai i capelli bianchi, il volto scavato, segnato da rughe profonde e tutta una vita spesa per l’Italia.
Vittorio Emanuele ha 86 anni, è lui stesso un pezzo di Storia vivente.
Nato a Palermo il 19 maggio 1860, è l’ultimo presidente in vita dell’antica Camera dei deputati, eletta prima di quel fatidico 1922.
Il duello con Mussolini
Erano stati anni ancora incerti, i primi Anni Venti, tanto che registriamo una iniziale adesione del nostro Orlando al fascismo (avallò la legge elettorale Acerbo e venne eletto nel "listone" della XXVII legislatura).
Ma l’illusione dura poco: la sua opposizione in aula la fa e come!
È memorabile il suo ordine del giorno del 22 novembre 1924:
«La Camera, attendendo il ristabilimento della normalità costituzionale, passa all’ordine del giorno».
Nell’illustrarlo dice a Mussolini che «la libertà non la si definisce, la si sente».
E sempre sua è l'accusa ai metodi del governo che non consentivano l’espressione della volontà popolare: è il 16 gennaio 1925. Tredici giorni prima Mussolini aveva pronunciato il famoso discorso di inizio dittatura.
E poi, c’era stato il delitto Matteotti…e quando, a fine luglio 1925, alle elezioni municipali di Palermo vinceranno i fascisti, Orlando si dimetterà da deputato, lasciando la Camera dove era rimasto ininterrottamente dal 1897. Nella lettera di dimissioni scrive: «Le elezioni amministrative a Palermo mi hanno dato la conferma definitiva di questa verità: che nell’attuale vita pubblica italiana, non vi è più posto per un uomo del mio passato e della mia fede».
Qual è il suo passato? Quale la sua fede?
49 anni da professore
Nella vita Orlando fa il professore: mentre Mussolini consolida il suo regime, lui nelle aule dell’università di Roma continua a insegnare diritto costituzionale. Anzi, a dire il vero, è dal 1882, da quando aveva 22 anni, che insegna diritto pubblico, costituzionale, amministrativo nelle principali università d’Italia.
Lezioni, libri, pubblicazioni: quello che si dice “una mente”, il fondatore della moderna scuola giuridica italiana di diritto pubblico. Insegnerà fino al 1931: poi rinuncia all’insegnamento, per non giurare fedeltà al partito fascista.
28 anni di Camera e oltre
Dal 1897 (eletto deputato tra i liberali nella XX legislatura) sino all'agosto del 1925. Politicamente vicino a Zanardelli e Giolitti è Ministro di Grazia e Giustizia, della Pubblica istruzione e degli Interni nei Governi Giolitti, Salandra e Boselli; interventista con la Prima Guerra Mondiale.
Cinque giorni dopo il disastro di Caporetto, il 29 ottobre 1917 viene eletto Presidente del Consiglio: è un momento terribile per l’Italia, 400.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri, altrettanti profughi, intere province del Veneto abbandonate. Eppure, il Presidente Orlando riesce a risollevare la sua gente ed è famoso ancora, commovente, il suo triplice grido di «resistere, resistere, resistere», ad oltranza e a qualsiasi prezzo.
E l’Italia resiste. E vince.
Lui sarà per sempre il Presidente della vittoria. Con questa consapevolezza guida la nostra delegazione alla Conferenza della pace e rivendica all’Italia la Dalmazia e Fiume. Di fronte alla netta opposizione del presidente americano Wilson abbandona il tavolo delle trattative, protestando contro le inique condizioni di pace di una vittoria mutilata, e torna in Italia dove è costretto a dimettersi dal voto di sfiducia del giugno 1919. Ma verrà rieletto subito dopo.
Questo è l’uomo che oggi, 25 giugno 1945, nell’aula affollata di Montecitorio, alla vigilia di un nuovo Trattato di pace, dopo 20 anni si accinge a riprendere la parola. Ascoltiamo.
cli
Orlando parla in:
25 giugno 1946 > entriamo
Viene citato in:
16 luglio 1946 p.2 > il giorno del picconatore
18 luglio 1946 > fuoco d'artificio
19 luglio 1946 p.2 > virilità di una repubblica
19 luglio 1946 p.3 > dalla sicilia con furore
(continua)