Neanche la minima intenzione di mimare Gertrude Stein, che rese famosa la cifra di... una rosa è una rosa è una rosa è una rosa.
Queste parole provano solo a prenderti per mano e portarti ad una lettera che contiene un'altra lettera che contiene un'altra lettera.
Tutto compreso... va molto al di là del suo contenuto e di ciò che poi arriverà a noi. Valentina è timida e in tutte le sue mail si schermisce sempre. Ma non avevo dubbi. Sarebbe stata la prima a farsi viva, in adessotu.
La prima di quelle Piccole Donne di un Corso che fu. 
La foto, Valentina? Neanche per sogno.
E allora ci tocca immaginarcela, lì dentro.
Le parole che seguono sono quelle che Valentina ha scelto per accompagnare quelle del Cacique. Il pezzo originale circola già da un po' sul web. Pronunciato a Barcellona alla riunione dei capi di stato della Comunità Europea, lanciato da Rebeliòn nel 2001, ripreso in Italia da Liberazione. Grazie, Gondrano. E' stato pubblicato anche nel libro Una Storia Diversa di Armando Gnisci, edito da Meltemi.
mac [0]
Questa lettera è un simbolo, l'ho letta su un libro mentre studiavo, e riflettevo... riflettevo... sul come se non stiamo attenti ci facciamo prendere in giro, i potenti della terra ci stanno mettendo l'uno contro l'altro, inventandosi guerre di religione, di mondi, di etnie, convincendoci che chi non è come noi è inferiore, è un animale, è un pazzo, uno che si diverte a turbare i nostri sogni... i nostri interessi... perchè di questo si è sempre trattato.
Se invece dall'inizio avessimo imparato a rispettare l'altro e a non sfruttarlo togliendogli tutto, ora forse non pagheremmo il nostro debito.
Dobbiamo seriamente impegnarci a spiegare la storia, ad insegnare non solo la tolleranza ma il rispetto e l'integrazione, a far capire i rapporti di causa-effetto e a non giudicare senza conoscenza, altrimenti avremo sempre e ancora vittime, che saranno sempre e ancora le persone comuni, sia da una parte che dall'altra.
valentina
Lettera di un capo indio ai governi europei
Così sono qua, io, Guaicaipuro Cuautemoc, sono venuto a incontrare i partecipanti a questo incontro.
Così sono qua, io, discendente di coloro che popolarono
l'America quarantamila anni fa, sono venuto a trovare coloro che la trovarono cinquecento anni fa.
Così ci ritroviamo tutti:
sappiamo chi siamo, ed è già abbastanza.
Non abbiamo bisogno di altro.
Il fratello doganiere europeo mi chiede carta scritta
con visto per scoprire coloro che mi scoprirono.
Il fratello usuraio europeo mi chiede
di pagare un debito contratto da traditori
che non ho mai autorizzato a vendermi.
Il fratello leguleio europeo mi spiega che ogni debito si paga con gli interessi, anche fosse vendendo esseri umani e paesi interi senza chiedere il loro consenso.
Questo è quello che sto scoprendo.
Anch'io posso pretendere pagamenti.
Anche io posso reclamare interessi.
Fa fede l'Archivio delle Indie.
Foglio dopo foglio, ricevuta dopo ricevuta, firma dopo firma,
risulta che solamente tra il 1503 ed il 1660
sono arrivati a San Lucar de Barrameda 185mila Kg di oro e 16 milioni di Kg di argento provenienti dall'America. Saccheggio?
Non ci penso nemmeno!! Perché credere che i fratelli cristiani disobbediscano al loro settimo comandamento?
Spoliazione? Tanatzin mi guardi dall'immaginare che gli europei, come Caino, uccidano e poi neghino il sangue del fratello! Genocidio?
Sarebbe dar credito a calunniatori come Bartolomeo de las Casas che considerarono quella scoperta come la distruzione delle Indie, o ad oltraggiosi come il dottor Arturo Pietri che sostiene che lo sviluppo del capitalismo e dell'attuale civiltà europea è dovuto all'inondazione di metalli preziosi!
No! Questi 185mila Kg di oro e 16 milioni Kg di argento devono essere considerati come il primo di vari prestiti amichevoli dell'America per lo sviluppo dell'Europa.
Pensare il contrario vorrebbe dire supporre crimini di guerra, il che darebbe diritto non solo a chiedere la restituzione immediata ma anche l'indennizzo per danni e truffa.
Io, Guaicaipuro Cuautemoc, preferisco credere alla meno offensiva delle ipotesi.
Una così favolosa esportazione di capitali non fu altro che l'inizio del piano Marshalltezuma teso a garantire la ricostruzione della barbara Europa, rovinata dalle sue deplorabili guerre contro i culti musulmani, difensori dell'algebra, della poligamia, dell'igiene quotidiana e di altre superiori conquiste della civiltà.
Per questo, avvicinandosi il Quinto Centenario del Prestito,
possiamo chiederci: i fratelli europei hanno fatto un uso razionale, responsabile, o perlomeno produttivo delle risorse così generosamente anticipate dal Fondo Indoamericano Internazionale?
Ci rincresce dover dire di no.
Dal punto di vista strategico le dilapidarono nelle battaglie di Lepanto, nelle Invincibili Armate, nei terzi Reich ed in altre forme di reciproco sterminio, per finire poi occupati dalle truppe yankee della Nato, come Panama (ma senza un canale).
Dal punta di vista finanziario sono stati incapaci - dopo una moratoria di 500 anni - sia di restituire capitale ed interessi che di rendersi indipendenti dalle rendite liquide, dalle materie prime e dall'energia a basso costo che gli esporta il Terzo Mondo.
Questo deplorevole quadro conferma l'affermazione di Milton Friedman secondo il quale un'economia assistita non potrà mai funzionare e ci obbliga a chiedere - per il loro stesso bene - la restituzione del capitale e degli interessi che abbiamo così generosamente aspettato a richiedere per tutti questi secoli.
Detto questo, vorremmo precisare che non ci abbasseremo a chiedere ai fratelli europei quei vili e sanguinari tassi d'interesse dal 20 fino al 30% che i fratelli europei chiedono ai paesi del Terzo Mondo.
Ci limiteremo ad esigere la restituzione dei materiali preziosi prestati, più il modico interesse del 10% annuale accumulato negli ultimi trecento anni. Su questa base, applicando la formula europea dell'interesse composto, informiamo gli scopritori che ci devono, come primo pagamento del loro debito, soltanto 185mila Kg di oro e 16 milioni di Kg d'argento ambedue elevati alla potenza di trecento.
Come dire, un numero per la cui espressione sarebbero necessarie più di trecento cifre, e il cui peso supera ampiamente quello della terra. Com'è pesante questa mole d'oro e d'argento! Quanto peserebbe calcolata in sangue?
Addurre che l'Europa in mezzo millennio non ha saputo generare ricchezze sufficienti a cancellare questo modico interesse sarebbe come ammettere il suo assoluto disastro finanziario e/o la demenziale irrazionalità delle basi del capitalismo.
Tuttavia queste questioni metafisiche non affligono noi indioamericani. Chiediamo, quindi, la firma immediata di una carta d'intenti che disciplini i popoli debitori del vecchio continente e li obblighi a far fede al loro impegno tramite un'immediata privatizzazione o riconversione dell'Europa perché ci venga consegnata per intero come primo pagamento di questo debito storico.
Dicono i pessimisti del Vecchio Mondo che la loro civiltà versa in una bancarotta tale che gli impedisce di tener fede ai loro impegni finanziari o morali.
In tal caso ci accontenteremo che ci paghino dandoci la pallottola con cui uccisero il poeta.
Ma non potranno.
Perché quella pallottola è il cuore dell'Europa.
Guaicaipuro Cuautemoc
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