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l' 11 settembre e le Twin Towers

By loredana
Creato 24/02/2006 - 03:44

L’11 settembre e le Twin Towers hanno tremendamente complicato le cose nella storia del lungo rapporto conflittuale tra Oriente e Occidente. La guerra, con tutto il suo portato di sangue, di odio e di paura, è entrata nella quotidianità reale dell’oriente e in quella virtuale dell’occidente. E con l’odio e la paura, le deformazioni e gli stereotipi sprezzanti si sono riproposti in maniera più o meno rozza, a giustificazione dell’uso della potenza militare da una parte e della violenza cieca dall’altra.
Da noi edicole e librerie si sono riempite di giornali e libri dai titoli altisonanti che parlano di Islam messo a nudo, di minaccia araba, di complotto musulmano  e che evocano ad ogni passo, con una semplificazione brutale e fuorviante delle cose, il nesso tra Islam e terrorismo.
Quella che ha fatto più chiasso è stata Oriana Fallaci che ci ha sbattuto sullo stomaco con violenza prima il suo pamphlet razzista  La rabbia e l’orgoglio e poi gli altri, dai quali traboccano spirito di crociata, razzismo occidentalista, volontà di potenza. A cosa serve urlare (da Manhattan) il richiamo del suolo e del sangue e la difesa della nostra cultura,  se non a demonizzare il nemico e a tracciare le nuove rotte dell'intolleranza e della xenofobia?

Penso che non si ripeterà mai abbastanza quanto sia  mistificante identificare l’Islam intero con il fondamentalismo islamico. E quanto sia iniquo e offensivo accostare l’attributo islamico per definire tout court il terrorismo fanatico e cieco, o parlare con insostenibile sconsideratezza di scontro di civiltà.
E viceversa, non si insisterà mai abbastanza sulla necessità di lasciar cadere l’idea pregiudiziale dell’irrimediabile alterità culturale e dell’impossibilità dell’incontro fra le diversità; di imparare a riconoscere le diversità e non solo tollerarle (tolleranza è concetto illuministico che non implica la rinuncia al pregiudizio della superiorità culturale); di ricercare l’incontro faticoso, rinunciando alla lettura eurocentrica, unilaterale e semplicistica dell’Islam per cercare di conoscerne la complessità
Se si va oltre le false rappresentazioni, si scopre che non c'è un Islam monolitico, immobile, repressivo e fanatico, ma tanti Islam. Dai precetti del Corano, dalla realtà  politica dei paesi islamici, dalla storia delle rivoluzioni sociali e di liberazione nazionale, dalla condizione delle donne diversamente codificata nei vari paesi, dagli stessi movimenti migratori, esce uno spaccato assai variegato dell’Islam.

I paesi islamici si connotano in maniera differente anche per quel che riguarda i diritti della donna. In paesi come l’Arabia Saudita o il Kuwait, dove permane un’organizzazione sociale semi-feudale, tali diritti sono pressoché inesistenti. Non a caso in questi paesi lo stato di nullità sociale della donna lavoratrice viene compendiato nella definizione di schiava di quattro padroni: dell’emiro, del bej (il proprietario terriero), del mullah (l’autorità religiosa) e del marito (o del padre, o di  qualsiasi altro uomo della famiglia). In altri, come Egitto, Siria, Libano, o anche l’Iraq di prima della guerra, dove ha agito un Islam riformatore, gli stessi diritti sono riconosciuti limitatamente alle classi sociali più alte. Altri infine, dove sono stati estesi su scala sociale più larga, almeno fin quando l’Islam si è identificato con i movimenti rivoluzionari anticoloniali, come l’Algeria e l’Iran.

La misoginia che caratterizza le culture islamiche – sostiene nel suo ottimo libro Oltre il velo la studiosa Leila Ahmed - non è connaturata alla religione musulmana, ma è eredità del patriarcalismo arcaico incorporato dall’Islam, non diversamente dalle culture giudaico-cristiana, greca,  romana, che hanno assorbito nelle loro concezioni e nei loro ordinamenti la misoginia dell’antico patriarcalismo mediterraneo.
La maghrebina Karima Anouche nella sua serena testimonianza Essere donna in Islam ricorda come, per lei bambina nata in una società musulmana, la religione significasse non l’oppressione e la tetraggine, ma la festa e la gioia: le feste della fine del digiuno, del montone, dell’anniversario del Profeta erano  le occasioni rituali in cui si indossavano i vestiti più belli e si andava a fare visita a parenti e amici per augurare buone feste. Come per noi il Natale e la Pasqua. Ma Karima racconta anche la brusca percezione del cambiamento intervenuto alla fine degli anni settanta, quando, da adolescente, ha cominciato ad osservare attorno a sé comportamenti inauditi, legati alle nuove letture rigoriste della religione musulmana che si andavano affermando: le sue amiche che da un giorno all’altro indossavano l’hijab - il velo - l’elemento più appariscente della codificazione islamista dei comportamenti sociali delle donne. E il passaggio rapido dalla riprovazione sociale per le ragazze che rifiutavano di indossarlo, bollate col nome di mutabarija (le svelate, coloro che esibiscono il corpo), alle aggressioni violente per strada.

La generalizzazione del velo come segno esteriore dell’ideologia islamista si è imposta dopo la rivoluzione khomeinista del ’79 in Iran. A partire da lì il velo diviene chador, simbolo di reclusione delle donne. Eppure – obietta Karima - il Corano parla chiaro: nessuna costrizione nella religione.
Si chiami ’hijab, chador, o burqa , il velo non è una prescrizione religiosa obbligatoria per i musulmani. Il ritorno più o meno volontario di molte donne all’uso del velo - visto come una protezione che consente di circolare più liberamente nei paesi islamici e come un rifiuto dell’identificazione della donna come oggetto di consumo nei paesi di emigrazione - è da collegarsi al preoccupante declino dell’ideologia laica e all’affermarsi prepotente di frange integraliste in alcune società islamiche (il caso afghano-talebano è stato il più eclatante, ma non il solo),  e coincide con un processo di erosione delle posizioni conquistate dalla donna islamica conseguente all’offensiva neo-colonialista dell’occidente per il controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente.

E’ facile comprendere che, se in situazioni di guerra le condizioni di vita delle popolazioni si deteriorano, doppiamente ciò accade per le donne. Ma chi ha visitato almeno una volta i Territori Palestinesi occupati si rende conto di come suoni perfino beffarda ogni sollecitazione a rivendicare prioritariamente i propri diritti, rivolta alle donne che passano intere giornate nelle gabbie dei check point e combattono un’estenuante lotta quotidiana per la sopravvivenza!
Sempre, comunque, nella ricerca delle spiegazioni bisogna tener conto di vari fattori sociali e culturali, della complessità e della diversità delle situazioni locali. Né la ricerca può prescindere dal modo in cui si è connotata l’esperienza storica dell’Islam, le cui ragioni e i cui esiti non vanno demonizzati, ma indagati con gli strumenti della storiografia.
Altrimenti si rischia di agitare dei falsi problemi, anche nei paesi europei d’immigrazione musulmana, com’è accaduto ad esempio in Francia, con l’attribuire alla questione del velo un eccessivo valore simbolico, sia da parte di chi lo rifiuta, sia di chi lo rivendica.

Oggi nell’Islam è in atto un movimento per il cambiamento più ampio e articolato di quanto non si sappia e non si dica.  Quelle islamiche sono società in evoluzione, nelle quali componenti riformatrici più o meno consistenti si pongono e discutono questioni quali la formulazione di un’etica laica condivisa e posta a base di un diritto riformato, la laicità dello stato, la separazione della sfera religiosa da quella politica. 
«In questi ultimi tempi – ha scritto lo studioso Khaled Fouad Allam docente di civiltà islamica all’Università di Trieste - uno dei temi centrali del dibattito politico e culturale è stato quello della compatibilità fra Islam e democrazia. Eterna questione che agita la società contemporanea, ma che spesso viene posta commettendo l’errore di considerare la religione musulmana un fenomeno definitivamente definito, dunque irriducibile e irriformabile».
Dall’incontro con la cultura europea l’Islam si pone domande precise sull’organizzazione della società e sugli strumenti per intervenire e risolvere i suoi problemi. Né potrebbe essere diversamente. Ma modernizzare non significa necessariamente occidentalizzare. La realtà dei movimenti  riformatori, per la democrazia, per i diritti civili, per i diritti umani  nei paesi islamici è ricca e composita: la suddivisione fra quelli che propugnano il cambiamento dentro l’Islam e quelli filo-occidentali tout court è piuttosto grossolana e non rende l’idea del dibattito in atto.

E questo vale anche riguardo ai movimenti per i diritti delle donne, che sono la chiave di volta dell’evoluzione democratica (ma non solo delle società islamiche). Anche in questo caso sarebbe un errore grossolano  propagandare alle donne islamiche il modello del femminismo europeo in alternativa globale alla loro cultura d’origine.
Le donne occidentali hanno combattuto le loro lotte contro il patriarcato inserendole nel tracciato della cultura androcentrica a cui appartengono, mirando a trasformarla, senza che nessuno abbia mai chiesto loro di rinunciare a tale cultura in toto. Perché le donne islamiche non dovrebbero potere scegliere i valori che riconoscono come più validi per se stesse, senza dover rinunciare alla propria cultura di origine?
Non ha forse ragione il movimento riformatore musulmano di chiedere all’Occidente di lasciare che siano gli islamici a decidere che tipo di Islam debbano avere?

Chi predica lo scontro di civiltà scherza col fuoco. Non tiene conto che a una radicalizzazione del sentimento antislamico in Occidente,  corrisponde una radicalizzazione uguale e contraria del sentimento antioccidentale nei paesi islamici e orientali.
La ricerca di un’uscita laica e razionale dal conflitto è la sfida per tutti.
Scriveva già tre anni fa il grande intellettuale palestinese Edward Said: «Che cosa ci resta da fare? Non accettare lo scontro di civiltà prefabbricato, concentrarsi su un lento lavoro in comune di culture che si accavallano, attingono le une dalle altre e coabitano in misura più profonda di quanto non lascino pensare dei modi di comprensione riduttivi e inautentici. Ma questa forma di percezione più ampia esige tempo, ricerche pazienti e sempre critiche…».
Quella che suggeriva Said, purtroppo prematuramente scomparso, era insomma la ricerca ostinata dell'incontro faticoso, motivato dalla consapevolezza della inevitabile convenienza per tutti di sciogliere con pazienza infinita i nodi gordiani che impediscono l’accesso alla convivenza feconda e pacifica fra i popoli e le culture.

Lecce 20 dicembre 2005                                  Ada Donno

 

                                                 
                                                                           

Ada DonnoAda Donno
Circondata da migliaia di titoli, tra riviste e libri, che costellano il suo studio, così come gran parte della casa, che sembra una vera e propria biblioteca, incontriamo Ada Donno.
Oltre ai numerosi libri di latino, greco, letteratura, storia, perché Ada insegna materie letterarie al Liceo Classico “Virgilio” di Lecce, rimaniamo colpite dall’immensa quantità di volumi e di periodici stipati sugli scaffali, impilati sulle scrivanie o su una poltrona, molto comoda direi, che parlano di donne e che spaziano dalla letteratura, alla filosofia, alla sociologia, alla politica, e chi più ne ha, più ne metta! Un vero e proprio cantiere della cultura di genere.
Di donne, di politica delle donne si occupa sia nella scuola adoperandosi nella didattica della differenza di genere e partecipando alla realizzazione di progetti per le Pari Opportunità sia in associazioni. Ada è impegnata da oltre trent’anni in organizzazioni politiche e in gruppi che hanno come obiettivo la costruzione di reti internazionali di solidarietà e che pongono come prioritari la promozione e il radicamento della giustizia sociale, dei diritti e della pace, in particolare la costruzione di relazioni di donne dell’area euromediterranea.
Dal 1992 è presidente della sezione italiana della Wilpf(Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) e, nello stesso anno, socia fondatrice dell’Awmr (Associazione donne della regione mediterranea).
Intensa è anche la sua attività di pubblicista, dalla direzione di Iride (1986-92), periodico di donne per la pace, agli interventi che ritroviamo negli atti dell’ANPI “Memoria Paura Volontà Speranza”(1984) o dell’AWMR “Donne e lavoro nel Mediterraneo”(1998) e “Strategie di donne per la pace nel Mediterraneo”(2003), in "Gramsci"(1994/2005), senza tralasciare “Ti scrivo da sotto le bombe”(1999) ed altri numerosi contributi.
Convinta che l’emancipazione dei popoli e delle donne nel Mediterraneo, il confronto ed il dialogo tra culture differenti siano tasselli fondamentali per la costruzione di un mondo di pace, di libertà ed eguaglianza, tra le varie cose fatte, abbiamo saputo dei suoi sforzi nella organizzazione di seminari internazionali con le amiche albanesi, delle conferenze internazionali dell’AWMR a Lecce e a Bologna in cui si è parlato di lavoro e di pace e il suo impegno in attività di cooperazione femminile euromediterranea.
Ora però, la lasciamo seduta dietro una delle sue due scrivanie immersa nella stesura di un articolo, con l’auspicio di avere ancora suoi preziosi contributi.

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