In Atti ufficiali europei si scrive che la partecipazione equilibrata di donne e uomini al processo decisionale è un'esigenza democratica, riconosciuta in misura crescente come una condizione fondamentale del processo democratico, che determina risultati positivi per tutta la società, consente un migliore inserimento di idee e di valori diversi nell'ambito di tale processo, per cui si ottengono risultati che tengono conto meglio degli interessi e delle esigenze dell'intera popolazione.
Presa dall’altro punto di vista, la sottorappresentanza è un deficit di democrazia, una perdita per la società nel suo insieme che impedisce di prendere pienamente in considerazione gli interessi e le esigenze della popolazione nel suo complesso.
Abbiamo usato il corsivo al posto delle virgolette.
Ma lo giuriamo su Olimpia: sono parole dell'Europa!
Dopo le analisi, quelle Istituzioni europee si rivolgono, con raccomandazioni o altro, ad altrettante Istituzioni, Stati, Enti, Partiti, Comitati, chiedendo o registrando ciò che da questi può venire o viene. Con azioni più o meno positive e/o incoraggiando buone prassi. Così è se vi pare.
Alcune singole cittadine, in associazione tra loro o con alcuni cittadini, possono adoperarsi per fare altro, su di un altro piano, con pensieri positivi e buone pratiche. Diciamo alcune, perché alcune si pongono il problema, perché la politica la fanno alcune e non tutte.
Diremmo la stessa cosa, se parlassimo di uomini.
Noi, da quello che abbiamo studiato e praticato, traiamo alcuni spunti di riflessione ed altrettanti punti irrinunciabili per una azione politica delle donne. Se sembrano scontate, diciamo pure che premeremo l’acceleratore della banalità. Ma non ne abbiamo paura. C’è di peggio.
• Una giusta rappresentanza in qualunque sede decisionale dovrebbe corrispondere proporzionalmente alla presenza dei sessi in quella stessa società. Ossia, aggirarsi intorno alla metà.
• Se la composizione di una sede dipende dalla decisione di soggetti determinati, con cariche individuate, le istituzioni pubbliche o private (pensiamo ad aziende o partiti) possono stabilire norme per il rispetto di tale proporzione. Accade già in alcuni contesti. Molto dipende dal sesso di chi decide e dalla sua buona volontà.
• Per gli ambiti decisionali della politica, ciò ricade nella materia elettorale, con differenti norme per i vari livelli, e regole differenti da paese a paese. Anche in questo caso, la rappresentanza sessuale – sempre seguendo le analisi compiute dalle istituzioni europee – dovrebbe essere o almeno avvicinarsi alla metà.
• Per giungere a tale risultato possono essere studiate azioni positive che, a seconda, possono trovare soggetti svantaggiati nell’un sesso o nell’altro: in alcuni paesi nordeuropei, per una giusta rappresentanza del sesso maschile si è dovuto ricorrere alle cosiddette quote.
• Ogni paese europeo ha un proprio sistema elettorale, non ce n’è uno uguale all’altro. Ma in tutti, la popolazione partecipa del diritto di voto con ciò che la storia ha chiamato suffragio universale. In alcuni, come il nostro, solo da 60 anni a questa parte.
Dal punto di vista formale quindi, è l’elettorato, in Italia come in Inghilterra, che decide chi lo rappresenta.
• La decisione dei cittadini avviene sulla base di una scelta fatta in precedenza, chiamata selezione delle candidature, operata di solito da partiti o formazioni politiche, la cui vita e composizione varia da paese a paese.
• I partiti italiani, che hanno subito trasformazioni profonde nella storia, anche recente, sono composti, in prevalenza ai livelli di base e per l'intero in quelli decisionali, da cittadini di sesso maschile.
E’ un fatto storico, come si suol dire.
Unica attuale solitaria eccezione, la segretaria dei repubblicani europei, a quanto pare.
• E’ ipotizzabile, dopo la recente riforma elettorale in senso proporzionale, una ulteriore trasformazione dei partiti italiani, ma è comunque inimmaginabile che, salvo alcuni casi di buona volontà individuale, essi scelgano di dotarsi di regole che comportano, come logica e diretta conseguenza, la messa in pensione o la sparizione sociale e politica di individui, con indubbie ricadute sul piano esistenziale e familiare.
• I tentativi di introdurre correttivi alle leggi elettorali, in vago odore di quei principi europei, sono tutti falliti.
• Inutile ricordare le amministrative e politiche dei primi anni novanta.
• Inutile addentrarsi in analisi sulla sentenza 1995 della Corte Costituzionale, che ha fatto unicamente il proprio mestiere.
• Stendiamo un velo pietoso sulla riforma dell’art. 51 della Costituzione, e soprattutto sulla grancassa che è stata fatta partire il giorno della sua approvazione, otto marzo 2003!
• Inutile soprattutto - almeno per noi - discutere su percentuali favorevoli per le donne. Abbiamo studiato, abbiamo presenti quelle analisi europee. Sappiamo che parliamo di deficit di democrazia.
Non si tratta, quindi, di favori a cittadine diversamente abili, di aggiustamenti per consentire un accesso più facile sulla rampa scoscesa della politica a coloro che, per condizione intrinseca al proprio sesso, hanno qualcosa che non va per il verso giusto.
• Alcune donne hanno posto il problema.
Le donne non sono il problema. Tutto qui.
Questa, tra le tante, è la banalità meno banale che teniamo sempre a mente. Lo sanno bene quelle donne che hanno lottato per diritti e avanzamenti della società nel suo complesso.
I problemi che venivano da loro posti diventavano purtroppo problemi delle donne. Erano lo specifico femminile, si diceva un dì.
• Certo, con quei presupposti, è difficile immaginare che la società italiana si faccia da sola questo genere di favori, per essere cioè pienamente democratica. Occorre che sempre più donne facciano questo favore alla società. Anche perché ne va della loro personale passione per la politica. Insomma, bisogna darsi da fare per il bene della società. Come?
• Donne e uomini che hanno a cuore una piena democrazia dovrebbero puntare ad ottenere una rappresentanza pari alla metà, in ogni dove.
• Per arrivare a questo, tenuto conto della storia, della cultura, della società, dei capitali a disposizione di chi si candida, degli impegni familiari e quant’altro e - last but not least - considerando i meccanismi che legano e separano la selezione dall’elezione, le candidate donne dovrebbero essere molte di più dei candidati uomini.
• Purtuttavia, per non creare eccessivi traumi alla società nel suo complesso - in fondo, quelle analisi sono vecchie di soli dieci anni, cosa sono dieci anni nella storia? - è ipotizzabile una soluzione di compromesso.
• Può considerarsi accettabile, quindi, che la metà si riferisca alle candidature e non alla effettiva rappresentanza.
• Non saremmo ancora in piena democrazia, ma si può fare.
• Questa roba, naturalmente, non può essere chiamata quote, dato l’assunto iniziale. E’ piuttosto una concessione che la democrazia può fare a se stessa, in attesa di una sua piena realizzazione.
• Se le candidature saranno al 50 per cento, le proporzioni, una volta aperte le urne, risulteranno indubbiamente sfavorevoli per i soggetti più svantaggiati, e nell’attuale fase storica italiana, ci sembra di poter individuare agevolmente il sesso più svantaggiato in quello femminile.
Inciso: quando noi pensiamo svantaggiato, ci riferiamo ad una condizione di fatto imposta dalla storia, dalla cultura, da tutte quelle premesse già indicate. Condizione che, un giorno, la storia, la cultura e altro potrebbero mutare, anche all’opposto.
Per altro verso, sappiamo - pensiamo che lo sappiano anche molti cittadini di sesso maschile, specie tra i politici - che, nelle decine di milioni di donne italiane che costituiscono l’elettorato attivo, si potrebbe senza alcuno sforzo trovare quel migliaio di parlamentari (lo stesso dicasi per le altre sedi decisionali) perfettamente in grado di gestire la politica e l’amministrazione se non meglio, diciamo come viene finora gestita da altri. Senza traumi né per la politica né per l’amministrazione.
Non è quello che auspichiamo, affatto.
Solo, ci teniamo a dire che se così fosse, anche ora, anche in questo preciso momento storico, ciò non comporterebbe lo sprofondamento dell’Italia all’ultimo posto delle nazioni civilizzate in tutti i campi, dall’economia alla cultura, dalla sicurezza all’istruzione, dalla politica estera alla sanità. Chiuso l’inciso su svantaggiato.
• Per tornare alle soluzioni, per tentare di avvicinare la società italiana alla piena realizzazione della democrazia, donne e uomini di buona volontà dovrebbero almeno pretendere il 50 per cento in tutte le candidature, dalle politiche alle amministrative, e per tutti i luoghi dove si assumono decisioni che coinvolgono la vita di tutte e tutti.
• Incluse e forse per prime le candidature per diventare segretarie o segretari di un partito.
N.B.: qualcuna tra noi avanza una perplessità. Siamo in democrazia, la riportiamo così com’è: ci si candida ancora per diventare segretarie o segretari di un partito?
*
Abbiamo un po’ scherzato e giocato. Con le parole.
Ma siamo serie. Come non mai.
Accetteremo ogni dibattito.
Visiteremo ogni luogo della politica dove si parli di quote e dintorni.
Dalle avvisaglie, praticamente ovunque, da qui alle urne.
Senza distinzione alcuna.
Perché le donne continuano ad essere la metà + 1 dell’elettorato attivo.
Tutte e tutti a parlare di quote, sì.
Un primato trasversale pari e proporzionale solo alla trasversalità registrata nel parlamento italiano, a quell’unanime alzata di scudi, allorquando si doveva decidere - macchè un cinquanta per cento - anche solo di quotine e ammendine per chi non le osservava.

E financo - ah, santa lungimiranza - quando si voleva introdurre un commino che faceva partire il tutto dal 2020 o giù di lì… segno che, vista l’età media dei parlamentari, almeno per alcuni, la paura del femminile ha sovrastato ogni più rosea previsione sulla propria longevità.
Più simbolico di così si muore!
La Camera (e poi il Senato) avrebbe anche potuto approvare quelle norme. Anche le più avanzate. Senza colpo ferire in termini reali sulla selezione vera e propria delle candidature, dapprima.
E sulla riuscita vera di alcuni/e candidati/e piuttosto che altri/e, dopo.
Nel Parlamento Italiano si è consacrata una precisa, proterva, razzista, incosciente e pavida operazione politica: si è voluto far capire bene chi è che comanda, a destra come a sinistra.
La delusione della Ministra proponente quelle quotine con quelle ammendine, è pari e proporzionale solo alla sua illusione.
Subito dopo, si è precipitata ad assicurare che il proprio partito o il proprio schieramento avrebbe comunque… aiutato le donne!
Da una cocente delusione si è pensato bene di guarire con una overdose di illusioni, ad postera.
Proprio oggi, 11 novembre 2005…

- da noi si festeggia S. Martino, noto come quello del mantello a metà, oppure quello del campanaro din-don-dan, o meglio ancora quello del vino, in serata noi stappiamo Primitivo e Negramaro, alcuni si ubriacano anche, nella capitale avranno giocato d’anticipo -
…proprio oggi, la stampa ci racconta delle lacrime di una Ministra delusa.
Discuteremo sì, con donne e con uomini.
Però, di grazia, non diteci che…
la politica ha bisogno delle donne…
che le donne magari sono anche più buone e oneste (non lo pensa chi lo dice e, quel che più conta, non lo pensiamo neanche noi).
Non diteci neanche che l’attuale governo è maschilista
(questa è rivolta a uomini e donne del centro sinistra, che anche quando parlano di quote, non scordano di essere in campagna elettorale, quindi di dover portare ciascuno/a l’acqua al proprio mulino)
Non diteci che ci si deve accontentare.
In molte (e alcuni) si accontenteranno.
Ma almeno non diteci che lo dobbiamo fare.
Almeno non ditelo.
Non azzuffatevi tra voi e davanti a noi per stabilire o tentare di convincerci su quale proporzioncina è la più buona per le donne.
Questa l’abbiamo sentita dire alcuni giorni fa da una deputata, facciamo grazia alla provenienza politica della medesima, ma solo perché – ahinoi – dovrebbe essere la più prossima a noi, tra le lontane.

Squotiamola!
Squotate la politica e con essa la vostra mente.
Scuotete le coscienze, a cominciare dalla vostra singola e individuale.
Noi, per parte nostra, farassi quel che si puote… Discuteremo, sì anche di quote.
Parleremo con tutti senza preclusione. Forse, entreremo perfino in un qualche comitato.
Certo, però… che brutto aggettivo [0]!
11 novembre 2005
...e dopo un anno... squotiamola spiegata alla mia gatta [0]
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