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de precarietate...

By milena
Creato 27/05/2006 - 16:46

C'era da aspettarselo. Parlare, ne parliamo da quel dì.
L'intervento di Cecilia [0] ha dato definitivamente la stura: dalle chiacchiere tra noi allo scritto, a fare il punto, come si dice. Come si fa a fare il punto su di una cosa chiamata precarietà? Si prova. La prima è stata Claudia con una mail che... nelle sue intenzioni era solo per noi, citte citte.
Ci ha scritto, già. E aveva intitolato: de precarietate, la latinista!
Non solo le abbiamo rubato il titolo per la stanza, ma iniziamo proprio con quella che lei stessa ha chiamato prima puntata... 
                                                            Citte citte [0]
ps:
precario:
dal latino precarium  propr. "ottenuto con preghiere",
der. di prex. precis, "preghiera".
= che non dà garanzie di stabilità, incerto.
[dal Garzanti Etimologico che per Natale citte citte abbiamo regalato a mac...]

 

 

Storia sentimentale di una semi-precaria...
che si sente stabile. Stabilmente precaria.



L’imbarazzo scatta alla domanda: “Ma tu, che fai?” cioè “Chi sei?”.

E sempre mi viene in mente quel filosofo greco che sbraitava quando alla domanda “Chi è Ippocrate?”  si sentiva rispondere “E’ un medico”.
Lui sbraitava perché a un chi rispondevano con un che cosa.
E penso che a qualche migliaio di anni di distanza siamo ancora allo stesso punto: definiamo la persona attraverso il suo profilo lavorativo.

In genere, qui in Occidente. Quindi uno è medico, architetto, operaio, professore, contadino (tutti al maschile), casalinga (al femminile, non retribuito, quasi un volontariato). Uno è anche un disoccupato, se non è niente di queste cose qua che pure potrebbe essere.
Ma il precario? 
Se dici: “sono precario”, Diogene non capirebbe.

In genere chi mi fa questa domanda è colto da un dubbio, non riesce ad inquadrarmi in un qualche schema produttivo e sociale. Forse sociale prima di tutto. Uno strano essere, un “mutante”, se Asimov consente.

Sono di volta in volta una commessa, un’insegnante, una guida turistica, una commerciante, una crocerossina, una ricercatrice, un’imbianchina, un’aiuto cameriera, una segretaria, un’agente di viaggio, una casalinga…no, casalinga no, non mi vedono sufficientemente stabile in un posto per fare la casalinga, sicché, pur facendo tutte le cose di una casalinga, non mi posso nemmeno fregiare di questa definizione che, in qualche modo, mi darebbe agli occhi di chi mi fa la domanda uno status abbastanza comprensibile o che so.

Insomma sono un po’ tutto e certamente niente.
O cioè, lo sarei se accettassi di vedermi così.
Chi mi guarda pensa ad una marea di talenti sprecati e, giustamente, per colpa mia. Così, ora che, finalmente, nella ditta alla quale ho contribuito (gratis) a far muovere i primi passi ho un contratto part-time, ma a tempo indeterminato (!), c’è chi mi vede come un mezzo fallimento e chi mi invidia per una raggiunta stabilità.

Io, siccome di quel lavoro non si può vivere, continuo a fare mille cose. E passo per una iperattiva. Che non riesce a focalizzare che cosa vuole dalla vita. E dire che sono tendenzialmente così tranquilla!
Talvolta mi capita di definirmi come un concentrato della Legge Biagi, la tipica incarnazione di mille atipici contratti.
E comunque ho abbastanza fantasia e versatilità da inventarmi sempre ex novo.

Così, ora vivo in una sorta di stabile precariato.
Che è un misto di simil-libera professione + simil-dipendente professione + occasionali escamotage.
E non so dire fino a che punto è stata una mia libera scelta o un fare di necessità virtù.
E’ comunque un modus vivendi.

Anche un libero professionista agli esordi vive una fase di precarietà.
La differenza sta nell’orizzonte: l’aspirante medico, avvocato, giornalista, idraulico si traccia una strada in una direzione, acquisisce professionalità che aumenta col tempo e gli permette di migliorare le proprie prestazioni - e possibilmente le proprie entrate - col tempo, fa una scommessa con se stesso e vede un futuro di un certo tipo al quale si sforza di avvicinarsi.  

C’è ovviamente il rischio, calcolato, del fallimento. C’è una apprezzabile percentuale di libertà di scelta: nel senso che sceglie di fare la libera professione.
Il precario non ha questo orizzonte: se non ha i mezzi, la capacità, la fortuna di immaginarsi imprenditore di se stesso, pur avendo collezionato laurea, master, stage ecc. in che modo potrà spendere la competenza acquisita facendo per tre mesi il centralinista di call center quando per grazia ricevuta potrà lavorare altri tre mesi (a distanza probabilmente di molti altri tre mesi) come portatore di pizza o magari come guida turistica?

La sintesi è che tutto fa brodo.
E che il brodo è… una cosa che si mangia.


C’è poi un altro versante, quello di chi con la scusa della precarietà rinuncia addirittura a cercare un lavoro e resta nella sfera calda e protettiva della famiglia o va alla deriva.
E tante altre cose.
Il seguito, alla prossima puntata.

 


25 maggio 2006                                         cli
[0]

 

 

 

quando precarie si nasce [1] (febbraio 2007)
[...perché non sei mai del tutto a tuo agio, perché non sei mai soddisfatta...]

 

 

 

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