Solitudine è una forma del sentire. Il mio sentire.Nell’incontro la solitudine cerca la parola dell’altra e la chiama a sé.
La solitudine occupa i miei pensieri, si radica nelle mie sensazioni, interagisce con la parte più intima del mio essere.
La solitudine è anche uno stato fisico, spaziale, un modo di viversi certe cose e uno sguardo su di me da cui partire, è in relazione a ciò che sono diventata oggi e il percorso politico che lo ha reso possibile, è anche questo e soprattutto lo è a partire da questo.
In solitudine mi sono inoltrata nell’universo femminile, cercando strade, luoghi e affetti che mi hanno consolidata nel desiderio di scoprire il femminismo e di attraversarlo.
Il Femminismo ha significato per me, in uno dei miei tanti approdi, l’acquisizione di una parola altra, eversiva, nuova e scardinante nella sua rottura rivoluzionaria, l’eccedenza che conferisce senso e autenticità alle mie scelte di vita, cambiandole, modificandole e stravolgendole.
Al Femminismo devo il mio debito di passionalità.
Il percorso politico che mi ha portata fin qui, inizia diversi anni fa in una scuola estiva, la scuola di Annarita Buttafuoco di Storia e cultura delle donne di Pontignano, in cui ho scelto di tornare più volte, sia per passione che per interesse intellettuale. Un luogo in cui ho scoperto la mia passione per il pensiero e la scrittura delle donne, nello scambio e nella relazione con donne giovani femministe, mie coetanee.
Sono giunta tardi alla politica, ma non sento il disagio di un approdo tardivo perché la passione che mi ha animata ha riempito il mio spazio da subito, in maniera totalizzante.
Primi passi mossi in solitudine verso il riconoscimento dello sguardo dell’altra e la conferma di una appartenenza politica da rivendicare come valore positivo di un’esperienza prima teorica e poi pratica. L’esperienza in cui ad affiorare non erano solo le parole, ma anche e soprattutto i corpi con il loro significato, il loro posizionamento e il simbolico ad essi associato.
Portando dentro di me questo spazio ideale, ho incontrato donne disparate in ogni dove, compagne incontrate durante i soggiorni nelle scuole estive, nei luoghi deputati del sapere e nei luoghi ‘altri’ della politica non istituzionale.
Figure di donne stravaganti, eclettiche, lontane e differenti hanno riempito lo spazio in cui il mio sguardo si è posizionato, privilegiando spesso quegli angoli oscuri della marginalità in cui la voce dell’altra mi ha chiamata con il suo grido di dolore più che con la sua voce di donna.
Compagne che sono diventate un collettivo a distanza, Le acrobate, nato nel laboratorio di mediazione interculturale di Prato (Firenze), una sorellanza dal richiamo antico, che si nutre dell’amore di sette donne di città diverse e lontane, che si scelgono politicamente, rinnovando il loro patto d’amicizia tra distanze e confini apparentemente insuperabili.

Altre compagne con le quali ho scelto di fare un collettivo qui a Roma, nella mia città, le ottomilafibre, un collettivo femminista di autocoscienza, una scommessa coraggiosa rinegoziata ad ogni incontro, una volontà forte che fa fronte alla difficile conciliazione di tempi di vita e di tempi di lavoro, incertezze dell’esistere e tanta di voglia di capire insieme quali strategie adottare per resistere a tutto ciò che ci schiaccia nella sua precarietà totalizzante. Insieme condividiamo anche le diverse solitudini che ci attanagliano e che segnano le nostre vite e le nostre scelte.
Riflettere sulle relazioni tra donne e sul senso che queste hanno assunto nella mia vita, significa riflettere anche su questo senso di solitudine che mi inquieta e che non mi restituisce un senso pieno dell’agire.
Il senso di solitudine si rinnova in quelle occasioni in cui non ho la possibilità di condividere con il mio collettivo una pratica politica che dall’interno di una stanza tutta per noi si apra fuori, nel pubblico, facendosi portatrice di messaggi nuovi.
La mancanza di un tempo esclusivo, libero e liberato da orari e spostamenti sfiancanti, spesso ci preclude la possibilità di partecipare e di vivere insieme momenti di confronto politico nei luoghi in cui tale confronto viene quasi dato per scontato, come se il desiderio davvero fosse solo una scelta politica e non avesse a che fare con la frammentarietà delle nostre vite appese a fili contrattuali ridicoli perché esigui, che paralizzano sogni e desideri con la loro precarietà, pezzi di noi sparsi in mille angoli della città in preda spesso a inquietudini economiche attanaglianti.
Riprendo il mio discorso politico.
Alcuni di questi passi mi hanno condotta alla sede nazionale dell’UDI, luogo in cui sto imparando a fare politica, parafrasando un insegnamento prezioso di cui Pina Nuzzo mi fa tesoro quotidianamente, forte di un sapere che trae la sua capacità di essere e di agire un certo modo di fare la politica, tenendo conto il difficile destreggiarsi di una giovane non più giovane come me oggi, che non sente come un privilegio la scelta di un unico esclusivo luogo politico, com’è stato per Pina e per altre donne che hanno un percorso politico simile al suo.

Questa riflessione è stata spesso oggetto delle nostre conversazioni private o allargate ai momenti ludici e più familiari del nostro stare insieme, a tavola, in una sorta di confronto intergenerazionale a più voci, in cui spesso ci siamo sentite accolte e riconosciute le une con le altre.
Momenti di condivisione che avrei voluto e vorrei tuttora condividere anche con donne della mia generazione e della nuova generazione, perché i miei trentun’anni mi collocano già in un fase altra dell’essere femminista oggi.
Io ho a che fare con un’assenza che non è stata ancora riempita da nuove parole e da nuove modalità di relazione se non da contenuti ormai sterili, ripropositivi di vecchi schemi e di discorsi poco aderenti alla concretezza delle nostre vite.
Io voglio parole nuove.
Mi chiedo cosa sia la solidarietà politica, in cosa si concretizzi, quali siano le forme che assume oggi e i suoi mutamenti.
Questa riflessione porto oggi in questa sede.
Sono nostalgica di una forza collettiva che in passato ha prodotto delle grandi trasformazioni attraverso un movimento compatto seppur nei suoi conflitti interni.
Mi sento aderente a quella forma di solidarietà che il femminismo ha concretizzato nelle vite di molte compagne, che oggi sono donne adulte a cui sento di dovere molto, ma da cui non mi sento riconosciuta.
È una storia che ho fatta mia, ma da cui dovermi distanziare, per scriverne una diversa, seppur parallela, ma che parli di me, che sia dentro la mia vita e che abbia parole diverse.
In questo punto preciso io mi sento in solitudine e mi smarrisco.
Mi è stato di stimolo la lettera, girata in rete in questi giorni, di Lorena Melchiorre, una giovane donna che si è pronunciata sugli 'Impulsi matricidi' della nuova generazione di donne femministe, le trentenni in rotta con le madri storiche del femminismo italiano.
Conflitto tipicamente adolescenziale, bisogno di emanciparsi da un modello femminista oggi non più aderente alle nostre vite o cosa?
La lettera, pubblicata su Via Dogana n. 75, riflette sull’ostilità presunta o reale mostrata dalle trenta-quarantenni rispetto alle femministe di prima generazione e dei motivi che possono essere alla base di una presa di distanza trasformatasi spesso in rifiuto e aperta ostilità rispetto alle stesse.
La lettera, prendendo a tema una delle ultime riunioni di via Dogana, nella quale è Ida Dominijanni a riscontrare una certa ostilità delle neo-femministe nei confronti delle donne che le hanno precedute, stimola la riflessione di Lorena Melchiorre, una delle cosiddette ‘giovani’ tirate in causa, ad affrontare in maniera critica e senza troppi giri di parole, in modo chiaro e diretto, alcuni nervi scoperti delle relazioni tra donne.
Il primo nodo è il confronto politico attuale così come si sta configurando in tutta la sua problematicità.
Infatti, queste righe, poche ma significative, mettono in luce una condizione di insofferenza politica, oltre che di sofferenza vera e propria, legata a vari aspetti della precarietà di vita e di lavoro con cui noi giovani donne abbiamo a che fare, attraverso una riflessione lucida e appassionata di tutti quegli aspetti molteplici di disagio su cui si può provare a riflettere insieme.
È chiaro l’interrogativo che ci pone Lorena, domandarsi cosa scorre sotto il lembo di questo fiume che abbonda di delusioni e di frustrazioni, che si insinua in maniera sempre più radicale e profonda nelle diverse esistenze di ognuna di noi, stratificandosi in malesseri sempre meno ascoltati e sempre più indicibili.
Io stessa mi rendo conto di non trovare parole che definiscano il mio malessere, e di non poterle affrontare senza lo sguardo dell’altra che lo accoglie, lo fa anche suo, lo riconosce e mi riconosce in questo.
Si tratta di una condizione di disagio che mette in crisi il mio e forse il nostro fare politica oggi, che richiede un ascolto di natura diversa, un’attenzione e una tensione all’altra più aderente, uno sforzo ulteriore, un passaggio di senso e di credibilità imprescindibile per costruire spazi di confronto autentici tra noi e altre donne.
L’intento di Lorena e il senso che lei ha voluto trasmettere, secondo la mia lettura personale, è di colpire il cuore di una questione delicata e scivolosa per le dinamiche forti e complesse, ma al tempo stesso concrete, che scatena.
Partendo dall’assunzione di responsabilità di ognuna, che presuppone uno sforzo critico ulteriore, che denuncia uno stare delle cose e si appella alla necessità di una nuova presa di consapevolezza che parta veramente dalla messa in discussione di sé e dalla capacità di allargare lo sguardo oltre i propri privilegi, qualora fossero riconosciuti e sentiti come tali, si deve creare una maniera di parlarci, di comunicarci e di ascoltarci diversamente.
Le lotte delle donne che mi hanno preceduta sono per me uno strumento e uno sguardo fondamentale di visione sul mondo e su me stessa e un insegnamento prezioso per le scelte politiche che ho maturato, ma la solitudine che io vivo oggi nel fare politica e il senso di scollamento che avverto quando si parla di me indicandomi come una giovane donna che dovrebbe rappresentare altre giovani donne, che io stessa non conosco, che non ho modo di ascoltare, che non incontro nei luoghi della politica che frequento, non mi fanno capire dove sono e cosa sto facendo. Questo genera confusione in me.
Quello che mi muove è la richiesta di un dialogo aperto, chiaro, un dialogo veramente pensato come pratica di costruzione politica, un dialogo non inquinato dalla mancanza di ascolto verso l’altra, o dalla non presa in carico dell’altra, ma propositivo a partire dalle differenze di ciascuna, che riguardino l’età, l’appartenenza politica, i percorsi e i vissuti individuali.
Leggendo queste righe, mi sono sentita sollevata e rinvigorita.
Ho provato un sentimento di gratitudine perché un'altra donna ha raccontato quello che viviamo ogni giorno senza la paura di rompere un equilibrio che è fatto più di perbenismi camuffati da politiche della differenza, piuttosto che di responsabilità precise che andrebbero verbalizzate e che dovremmo cominciare a nominare.
Quello che vorrei proporvi è di provare a parlarci, provare a creare noi il terreno per questo dialogo differente, dandoci la possibilità di scambiarci le reciproche esperienze e di rifletterci insieme per tentare strade possibili di confronto.
Solo da questo, credo, può nascere una parola differente che sia nostra. Una parola da ri-significare con quello che siamo e che facciamo.
Antonella Petricone
(intervento all'Assemblea Nazionale dell'Udi del 13 maggio 2006)

Antonella è iscritta al secondo anno di un Dottorato in Storia delle Scritture femminili nella Facoltà di Lettere alla Sapienza di Roma con una tesi di dottorato su Etty Hillesum, e la deportazione femminile nei campi di sterminio nazisti.
Attualmente lavora presso un centro per donne in difficoltà gestito dall'Associazione Differenza Donna e con migranti minorenni presso l'Associazione Virtus-Ponte Mammolo di Roma.
Scrive per Delt@ news, quotidiano delle donne on-line www.deltanews.it [1].
Appassionata della politica e della storia delle donne, motivo per cui... "ogni estate frequento una scuola estiva, prima Pontignano (scuola di storia e cultura delle donne di Annarita Buttafuoco) e dal 2003 Villa Fiorelli a Prato (laboratorio di mediazione interculturale di Liana Borghi). Quest'anno sarò anche a Lecce con voi!...". Parole sue.

Il fatto è che quando le ho chiesto due righe, ha risposto concludendo: che dici, può bastare? Basta e avanza, Anto.
Con quel finale poi, ci siamo inguaiate per le feste... A settembre.
P.S.: i grassetti nel testo sono miei.
mac
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