"...essi costringevano gli indigeni
a non produrre se non determinate derrate,
e poi le compravano a prezzi di imperio,
che non coprivano nemmeno
i costi sopportati dagli indigeni..."
Le parole di Arturo Labriola sugli Olandesi e la colonia di Giava hanno riportato la mia mente ad un passato non molto lontano, certo meno lontano delle pagine ingiallite che abbiamo studiato.
E ho ricordato una storia...
Questa storia parla di gamberetti e di un fiume esotico, parla di un popolo lontano. È una storia di degrado umano e di sfruttamento inumano.
Si svolge sul delta di uno dei fiumi più importanti dell'area meridionale del subcontinente indiano, il Cauvery, nello Stato del Tamil Nadu. La popolazione locale ha dovuto affrontare negli ultimi anni le conseguenze dei disastri ambientali causati dagli allevamenti di gamberetti.
Poveri gamberetti. Al centro di un disastro ecologico...
Per vivere hanno bisogno di un mix di acqua dolce e di acqua salata, che viene fatta arrivare direttamente dal mare. Ma perché quest'acqua arrivi agli allevamenti si sono dovuti estirpare gli alberi di mangrovie che da sempre vivevano sulla costa, proteggendola dagli agenti esterni e costituendo un ambiente adatto alla proliferazione di svariate specie di pesci e animali acquatici, creando una fondamentale linea di difesa per le barriere coralline.
E dopo le vasche, il cibo. I gamberetti devono pur nutrirsi...
Naturalmente con sostanze chimiche, soprattutto antibiotici, per farli crescere più in fretta, aggiungiamoci pure pesticidi e disinfettanti per l'acqua. Perciò l'acqua delle vasche si inquina rapidamente e va cambiata spesso. Il modo più semplice è scaricarla in mare.
E le conseguenze sull'ambiente?
La salinizzazione del terreno l'ha reso sterile ed improduttivo.
L'inquinamento e lo sfruttamento delle acque dolci ne hanno esaurito le riserve e reso inutilizzabile ciò che ne è rimasto. Si stima che per produrre una tonnellata di gamberetti sono necessari circa 25.000.000 di litri di preziosa acqua dolce.
E le conseguenze sull'uomo?
Innanzitutto gli abitanti delle zone costiere non possono coltivare una terra resa arida dai trattamenti chimici e dal sale e restano disoccupati poiché le coltivazioni di gamberetti non necessitano di molta manodopera. Si calcola che negli allevamenti vengano impiegati 2 lavoratori per vasca mentre la quantità di terra corrispondente darebbe lavoro a circa 120 coltivatori di riso.
L'acqua delle vasche si infiltra nel terreno e raggiunge i pozzi, inquinandoli, provocando gravi malattie alla pelle.
Questo Stato è, inoltre, limitrofo allo Sri Lanka e i pescatori che si spingono al largo, spesso con mezzi inadatti, rischiano la prigione per aver superato le acque territoriali.
Chi lavora negli allevamenti di gamberetti sono principalmente donne e bambini, sfruttati e sottopagati. Sono conosciuti solo a livello locale i diversi casi di abuso sessuale tra le lavoratrici, tanto conosciuti da pregiudicare la reputazione delle giovani impiegate in questo genere di attività.
E pensare che come attività l'allevamento di gamberetti ha poco di sostenibile. Si sviluppa in pochi anni, 5 o 10 al massimo, e dev'essere poi trasferita altrove. Questo metodo in inglese viene chiamato "rape and run", che potrebbe essere tradotto come "violenta e poi scappa", proprio a causa dei danni ambientali che rendono impossibile continuare ad allevare questi animali nello stesso luogo.
Il terreno abbandonato non può essere riconvertito per attività agricole a causa dell'impoverimento e della sterilità delle risorse primarie, terra ed acqua.
Ma l'intera operazione, che muove nel mondo circa 60 miliardi di dollari, è un colossale fallimento: non ha creato lavoro perché gli investimenti, i mangimi, le tecnologie e gli addetti sono stranieri, ha peggiorato le abitudini alimentari perché questi gamberetti sono nutrizionalmente più poveri, non ha prodotto ricchezza locale perché il prodotto prende la strada dell'estero e non costituiscono una nuova fonte di alimentazione per la popolazione locale perché gli indiani sono per la maggior parte vegetariani.
Dopo ripetute azioni di protesta non violente, l'11 dicembre 1996 la Suprema Corte Indiana ha emanato una sentenza che ordina lo smantellamento di tutti gli impianti, proibendo gli allevamenti nei terreni agricoli lungo seimila chilometri di costa. A tutt'oggi tale sentenza non è stata applicata.
E così finisce la mia storia sui gamberetti e sulla miseria che, inconsapevolmente, hanno prodotto in terre lontane. Sono quegli stessi
gamberetti che noi compriamo nei supermercati nelle loro belle confezioni colorate.
Pensiamo mai alla storia di quello che mangiamo?
roc
P.S:
la mangrovia (quella che c'era e che ora non c'è più) nella lingua degli indigeni ha un nome significativo: albero che protegge dall'onda. Ricordate lo tsunami? Ricordate come noi occidentali consumatori inconsapevoli di gamberetti ci siamo messi a posto la coscienza?
(cli)
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