è stato già detto tutto...

…ma non è cambiato niente.

La violenza maschile sulle donne continua imperterrita.
È stato già detto tutto ma non è cambiato niente.
L’unico dato di cambiamento sembra riguardare gli immigrati.
Se una donna viene stuprata da un immigrato i negozianti per protesta proclamano una serrata.
Se lo stupro lo pratica un italiano, nemmeno alla civilissima Festa dell’Unità di Bologna viene in mente di attivare una qualche forma di protesta plateale (del tipo chiudere i ristoranti per una sera).
Allora, noi italiane e italiani cosa abbiamo da insegnare ai cosiddetti altri?
Assolutamente niente.

Nell’incontro del 19 settembre tra la Ministra Pollastrini e le donne dei centri antiviolenza di tutta Italia si è sottolineato che il problema non si può risolvere con pene più severe perché si tratta di un problema culturale.

Ma cosa si intende per culturale?

Quale senso può avere fare degli spot in stile “pubblicità progresso” se poi la televisione tutta ti restituisce un’immensa mercificazione del corpo femminile sia nella sostanza sia nella forma?
Sento che quando si parla di cultura si intende qualcosa di separato all'ordine simbolico, che è quello che conta veramente.
In questo senso, credo che sia fondamentale mettere mano alla legge, optando anche per quelle che oggi va di moda chiamare “forzature”.

L’art. 609 bis del codice penale, come modificato dalla legge del 1996, così definisce il delitto di violenza sessuale: “chiunque (...) costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito ....”.
La forzatura dovrebbe essere nel senso di definire la violenza sessuale non come la violenza che chiunque può esercitare su qualunque altra persona, ma come la violenza dell’uomo sulla donna.
Auspico, cioè, la creazione di una fattispecie penale ad hoc.

Per creare un ordine simbolico diverso non si può fingere che si tratti di un delitto alla persona, perché i fatti smentiscono questa tesi: si tratta di un delitto dell’uomo sulla donna.

E come possiamo vincere la violenza sessuale se consentiamo - simbolicamente - che le donne tutte possano essere impunemente vittime di molestie sessuali?
Le molestie sessuali nel diritto non esistono.
Quella della legge di riforma dei reati contro la violenza sessuale del 1996, è stata un’occasione persa.
Ad oggi, non esiste il reato di molestie sessuali.

L’unico riferimento alle molestie sessuali esiste in una norma del 2005 che attua - tanto per cambiare - una direttiva comunitaria del 2002.

La norma riguarda i rapporti di lavoro e dice:

“Sono, altresì, considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”.


Bella e condivisibile definizione, ma un risultato un po’ debole per un problema che affligge tutte le donne, senza distinzioni di età, bellezza, colore e tutto il resto.
Siamo veramente certe che le molestie siano meno dannose e meno pericolose della violenza?
E siano altro dalla violenza?
L’assenza di consapevolezza del significato riprovevole delle molestie sessuali le rende, di fatto, invisibili.
La donna che urlerà di essere stata molestata non verrà presa sul serio.
Anzi, le diranno che dovrebbe essere contenta di essere stata corteggiata.

Il problema è ancora ampiamente sottovalutato, soprattutto dalle donne.
Eppure, tutte noi donne siamo vittime della violenza sessuale, nel senso che tutte noi donne siamo potenziali vittime e che la nostra vita è limitata dalla possibilità della violenza sessuale.

Ognuna di noi sa bene quali conseguenze può comportare un certo abbigliamento, circolare in certe zone della città, in certi orari.
Da quando siamo nate ci viene raccomandato di stare attente.
Attente a cosa?
Attente a non esporci ai pericoli a cui siamo esposti indifferentemente tutti, maschi e femmine.
Ma anche - e qui sta la differenza - attente a non incorrere nella “bramosia maschile”.
Attente a tutti gli uomini: padri, zii, amici, amici dei genitori, mariti delle amiche, delle zie, sconosciuti ecc...

Certo, nessuna di noi che si consideri sana di mente vive nell’angoscia di vedere in tutte queste figure un potenziale aggressore.
Si rischiano la paranoia e l’ossessione.
Ma facciamo la prova dell’ascensore con dentro un uomo e una donna.
L’uomo difficilmente avrà timore di essere aggredito dalla donna.
La donna molto facilmente avrà quella paura.
Ogni uomo può rivelarsi un violentatore sessuale.
Ogni donna può diventare vittima di una violenza sessuale.

La violenza non riguarda le donne belle o desiderabili in quanto non ha a che vedere con il desiderio sessuale.
La violenza è sessuale solo nella misura in cui si manifesta attraverso la violazione del corpo della donna, pratica antica attraverso cui gli uomini hanno sempre esercitato il proprio potere.
Pratica brutale ma non animale.
All’opposto, frutto di una elaborazione - anche se inconsapevole - cerebrale.
Frutto di una decisione, di una scelta, da parte dell’uomo.
Lo dimostrano le guerre nelle quali lo stupro è “elevato” a strategia militare.

Esiste più che mai un patriarcato che va oltre la nostra stessa immaginazione.
Si annida nelle relazioni intime tra le donne e gli uomini.
Rende necessario giustificare l’esistenza di relazioni tra donne e l’esistenza di luoghi di donne, altrimenti non comprensibili. 
 

Separatismo

“La forza scardinante di questa pratica [ndr: del separatismo tra donne] non sta nell’assenza fisica dell’uomo, ma nel riconoscere anche la sola presenza fisica - il corpo - delle donne con cui ci si trova.
E a tutto questo dare senso, valore e nome”.

(Pina Nuzzo – Tra generazioni, la politica del riconoscimento)

Credo che la parola separatismo - parola che io amo - faccia ribrezzo alla maggior parte delle donne, di qualunque età, per paura di dover rinunciare ad una condizione personale di bisogno dell’uomo.
Ma altro è la politica, altro è il privato.
Non credo che la politica possa minacciare il privato.

Semmai, può condizionare il privato, anche fino al punto di imporre delle scelte da parte delle donne.
Se la scelta è nella direzione della consapevolezza, non può e non deve far paura.
Un patto di fiducia tra le donne è, infatti, indispensabile per creare un nuovo ordine simbolico.
Noi donne dell’Udi, che siamo un luogo di donne, ci assumiamo questa responsabilità, di ricreare questo patto tra donne, di appropriarci delle parole giuste, che sono:

femminicidio

violenza sessuale degli uomini sulle donne

patriarcato.
 

Ci assumiamo la responsabilità (e in questa direzione ci muoveremo nel breve periodo) di pensare ed attivare un piano a tutto campo di interventi che prevengano la violenza, a partire dall’urbanistica delle città, dal confronto diretto e sistematico con le amministrazioni per arrivare a riportare la violenza sessuale in piazza sensibilizzando ed anche scuotendo gli animi più addormentati.

Ci assumiamo anche la responsabilità di sollevare la coltre di ipocrita misericordia che si cela spesso e volentieri dietro il ricorso al colore rosa.

Ora vogliamo urlarlo con determinazione: il rosa non ci appartiene; se proprio vogliamo trovare un colore che ci si addice, credo sia più adeguato il rosso ... come il sangue.

 


Lunedì 6 novembre 2006                              Stefania Guglielmi

 

 

 


Stefania Guglielmi è una donna dell’Udi.
Di mestiere fa l’avvocata.
Vive e lavora a Ferrara. 
Ha quarant’anni.


 

 

ndr: I grassetti nel suo testo sono nostri. 

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