...se “ha già avuto rapporti sessuali”.
Non importa se parliamo di una minorenne.
Di quattordici anni, per la precisione.
“È lecito ritenere” che siano più lievi i danni provocati da una violenza sessuale su chi ha avuto rapporti con altri uomini, rispetto a chi non ne ha avuti.
Le parole che ho virgolettato sono contenute in una “sentenza” della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione Italiana, la cosiddetta “Suprema” Corte, addì 17.02.2006.
Quei giudici hanno pensato che l’impatto devastante di una tale violenza sia di più modeste proporzioni se lo subisce un’adolescente - per la precisione, una quattordicenne! - non più vergine.

La sua personalità - dicono sempre quei “giudici” - dal punto di vista sessuale “è molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età”.
Sorpresa, vergogna, indignazione.
Eterogenee, ma pressoché similari le reazioni.
Troppo forti? Troppo poco, forse.
Qualche mese fa, un’indagine del Consiglio d’Europa ci ha informate che nel mondo, prima del cancro, degli incidenti stradali e della guerra, ad uccidere le donne o a causarne l’invalidità permanente, è la violenza subita dal “proprio” uomo: partner, marito, fidanzato o padre che sia.
È preoccupante il quadro che emerge dalle complesse indagini, che spaziano dalle onnicomprensive violenze fisiche alla peculiarità delle molestie sessuali, ed il discrimen tra queste forme non è mai particolarmente profondo.
Ciò che preoccupa me è la non indignazione di molte, l'intransigenza di poche, soprattutto per la loro causa di fondo: la mancata consapevolezza che è la donna in sé ad essere vittima di quella che è una violenza di genere.
Oltretutto, è una violenza che continua ad essere relegata alla sfera individualistica: sono le stesse persone protagoniste delle vicende di violenza, prima ancora delle istituzioni sociali e degli Stati, a considerarla un fatto privato, piuttosto che un crimine di ordine pubblico.
Non voglio tanto valutare e criticare le non-reazioni, quanto piuttosto invitare a reagire, nel senso non letterale di indignarsi e di manifestare l’indignazione.
Non ci si può rendere complici della violenza ed assolverla.
Nel caso di questa “sentenza”, reputo gravissimo lasciare che un’assoluzione, seppur parziale, nella sua parzialità, risulti lesiva dei diritti umani della donna.
Salvaguardare i diritti umani delle donne è questione pubblica.
Opporsi alla loro violazione deve quindi comportare una pubblica responsabilità.
Tra i diritti umani delle donne è fondamentale quello di decidere liberamente e responsabilmente della propria sessualità, senza coercizione, discriminazione e violenza.
Trattandosi di una questione di pubblica responsabilità, richiede una riparazione sia di tipo legale, sia di tipo sociale.
Lo Stato, in tutte le sue forme ed istituzioni dovrebbe intervenire più energicamente per dare maggiore visibilità a queste forme di abusi.
Lo stupro nell’antichità e fino al medioevo veniva considerato in molte culture come un reato minore, se non addirittura neanche tale.
Oggi, invece, tutti, privati cittadini, tutori della legalità e Stato, devono percepirlo come uno dei reati più gravi contro la persona.
Il genere umano è intrinsecamente abitudinario.
Il rischio che si corre in assenza di un intervento di tal specie è quello di abituarsi alla violenza. L’abitudine deriva appunto dalla non-reazione e dalla tolleranza di certe forme di abusi.
Ancor peggio, una crescente indifferenza verso questo grave reato porta addirittura a pensare al fenomeno come ad un fatto del tutto naturale, comune e normale.
L’avversione verso una simile “sentenza” non è solo giusta, bensì è cosa necessaria, onde evitare di ridurre una simile pronuncia ad una… quisquilia.
Non ci si può accontentare, per il futuro, di vedere seppellite simili pronunce dalla nostra ignominia e dal nostro sdegno.
Certe “sentenze” non andrebbero scritte, perché quello che sta dietro a quelle parole non dovrebbe essere pensato!
maggio 2006 gam
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