don Chisciotte alla Camera

22 luglio 1946.

Oh, cominciamo bene… Il 22 luglio, santa Maria Maddalena, si apre con un’altra commemorazione.

L’onorevole Bibolotti (comunista) dice…

è ben triste per me prendere per la prima volta la parola in questa Aula, per tessere l’elogio funebre di Luigi Salvatori, già Deputato della Versilia, eletto nel 1919 nella circoscrizione Lucca - Massa Carrara, e spentosi a Pietrasanta il 20 luglio corrente.


E no, un altro morto, e sempre comunista poi! Eh ma, è ‘n’epidemia! E se fosse tutto il contrario? Se erano i bambini affamati del dopoguerra a mangiarsi i comunisti…?
Vabbè, non era un costituente, però… sempre comunista era!
Conosciamo i Toscani, scherzano anche con la morte, e fanno bene…Quindi, anche a noi sarà concesso uno scherzo postumo.
Ma procediamo con i vivi. Di allora.

Si prosegue con una interrogazione.
La legge il Presidente Saragat.

É del Deputato Tonetti (socialista) al Ministro dell’Interno, e riguarda alcuni “gravi incidenti provocati da elementi fascisti giuliani e dalmati…

Varrebbe la pena di trascriverla tutta. Il fatto è che, dopo averla letta, Saragat dirà, testualiter…

Non essendo presente l’onorevole Tonetti, l’interrogazione si intende decaduta.


Ohibò, il dubbio è lecito, a questo punto: avranno fatto fuori anche Tonetti?

Ma torniamo serie, perché ora c’è Sandrino che parla di amnistia.

Non possiamo fare a meno di trascrivere. Per due motivi.
Sono le parole di quello che sarà il Presidente più amato dagli Italiani, anche se Sandro la fa un po’ lunga, a tal punto che perfino il suo compagno di carcere e d’evasione… lo richiamerà! E poi, soprattutto perché l’argomento vale (amnistia).

Gli risponderà, tra gli altri, il compagno Togliatti.
Si può ancora scrivere compagno? Vabbè, la giornata è cominciata così così, ma promettiamo di restare serie.

Ecco il testo della interrogazione pertiniana e pertinente.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’on. Pertini al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri di Grazia e Giustizia e dell’Interno

“per sapere se s’intende:

1. prendere urgenti provvedimenti onde impedire che il recente decreto di amnistia
emanato il 22 giugno 1946,
il quale per la sua assurda larghezza non ha precedenti nella storia né del nostro né di altri Paesi,

sia dai competenti organi della Magistratura interpretato in modo così lato da rimettere in libertà e da reintegrare dei beni già confiscati
anche i veri responsabili della presente tragica situazione in cui versa il nostro Paese,

offendendo in tal modo la sensibilità di quanti per la guerra e per il fascismo hanno tanto sofferto e suscitando, quindi, sdegni e risentimenti che non varranno a portare nel nostro popolo quella pacificazione che dovrebbe essere lo scopo primo dell’amnistia in parola;



2. provvedere perché venga veramente applicato
il decreto 6 gennaio 1944, n. 9,
affinché siano riassunti, senza ritardi, in servizio e reintegrati in tutti i loro diritti di carriera gli antifascisti, che sotto il fascismo e per motivi politici furono dispensati o licenziati dal servizio e che ancora oggi si trovano disoccupati,

mentre si vedono fascisti, resisi a suo tempo colpevoli di gravi infrazioni in danno alla Nazione, rioccupare i loro posti e riscuotere non solo gli arretrati per il servizio non prestato ma,

cosa più assurda, anche il premio di liberazione;



3. emanare provvedimenti legislativi atti a seriamente difendere la Repubblica
contro tutti i suoi nemici.”

Il Ministro di Grazia e Giustizia
ha facoltà di rispondere.

 

GULLO, Ministro di Grazia e Giustizia.

Instaurata la Repubblica non si volle venir meno alla tradizione di emanare un atto di clemenza e ciò pienamente giustifica l’amnistia
quanto ai reati comuni.

 

Quanto ai reati politici si pensò che la Repubblica, che era nata appunto dalla ferma volontà unitaria degli italiani, dovesse procedere ad un atto di pacificazione ed appunto a questo fine fu emanata l’amnistia di giugno.


Chiede l’interrogante che il Ministero voglia emanare delle norme interpretative perché, nell’applicazione dell’amnistia, non si cada in esagerazioni che possano suscitare legittime reazioni.


Non si contesta che nell’applicazione dell’amnistia si possa essere incorsi in errore da parte dei magistrati (Commenti);
comunque non può il Governo emanare norme interpretative, in quanto l’ufficio di interpretare la legge è appunto demandato alla magistratura ed il Governo esplicherebbe quindi una illecita ingerenza. (Commenti).

 

È chiaro che l’atto di pacificazione
doveva avere dei limiti,
in quanto il fascismo e la complice monarchia hanno lasciato agli italiani in tragico retaggio
uomini e crimini verso i quali,
nonché il perdono, anche l’oblio
costituirebbe indubbiamente un delitto di lesa patria, una offesa tremenda, nonché ai diritti dei singoli,
a tutto il popolo italiano che è appunto la vittima maggiore e del fascismo e dell’opera disgregatrice compiuta da esso e dalla monarchia.


Ma limiti ci sono, in quanto l’art. 3 dice appunto che il beneficio non va concesso a coloro che comunque esercitarono elevate funzioni
di direzione politica o civile o di comando militare.



Questo per la qualità subiettiva di coloro che avrebbero dovuto beneficiare dell’amnistia e a me pare che, applicata questa eccezione, nessuno che avesse sul serio esercitato sotto il fascismo funzioni di direzione potrebbe usufruire dell’amnistia stessa.


Quanto alla natura obiettiva dei reati è da osservare che l’art. 3 esclude dall’amnistia quei fatti in relazione dei quali si siano consumati omicidi, stragi o che siano stati compiuti per ragioni di lucro.

 

È evidente che, con un’interpretazione serena di queste norme, non si sarebbe dovuti andare verso fatti che potessero suscitare giuste reazioni.


Vi possono essere stati errori; questi errori furono segnalati al Ministro della Giustizia del tempo  ed il Ministro della Giustizia ritenne doveroso inviare ai procuratori generali delle circolari in proposito perché veniva segnalato anche il fatto che, mentre con ossessiva facilità, si diceva, veniva concessa la grazia ai condannati e agli indiziati fascisti, invece si stentava a concederla ai condannati e agli indiziati dell’altra parte.

vivi: il Ministro di Grazia e Giustizia del tempo, ma si Togliatti, abbiamo sentito in una precedente seduta (ved), che si era dimesso per occuparsi di più del  partito! Vi ricordate quando si parlava di alcide e le sue cariche! Ma sì!
Ah! ahimé!

Cosicché le circolari del Ministro della Giustizia furono due: con la prima si invitavano appunto i magistrati a prendere subito in esame i fatti
che potessero riguardare patrioti,
partigiani, combattenti;
con la seconda si richiamavano i magistrati alla retta osservanza dell’art. 3, ossia alle cause di esclusione dal beneficio dell’amnistia.


Ma l’onorevole interrogante fa anche cenno ai provvedimenti che dovrebbero essere presi perché tutti coloro che furono allontanati sotto il fascismo dai pubblici uffici venissero subito riammessi.

Disposizioni non mancano a questo proposito e il Governo farà di tutto perché le varie amministrazioni ne accelerino l’esecuzione.


Si fa anche cenno ad un’altra questione; e per essa l’interrogazione dell’on. Pertini va abbinata ad altre dello stesso genere dirette anche
al Ministro della Giustizia,
ossia alle questioni degli indiziati o dei condannati che beneficiano dell’amnistia
e che sono senz’altro riammessi all’ufficio
che essi avevano abbandonato.

La legge dispone che soltanto coloro che siano sottoposti a procedimento penale vengano sospesi dell’ufficio o dall’impiego fino alla definizione del processo penale stesso.

 

Evidentemente si può - ed io penso che il Governo ne abbia il proposito - disciplinare anche in maniera diversa questa materia affinché si eviti appunto qualche riammissione in servizio che può, ripeto, suscitare delle legittime reazione.


Ma si ponga mente anche a questo, che si tratta cioè di amnistia, ossia di un beneficio di cui ha potuto avvantaggiarsi il condannato ma anche il semplice imputato, ossia colui che può uscire anche completamente indenne da un eventuale giudizio.


Si tenga anche presente poi che per i condannati che beneficiano dell’amnistia vi è l’obbligo
della denuncia degli stessi
per il provvedimento disciplinare.

E quante volte nel procedimento disciplinare si accertano fatti su cui ha inciso l’amnistia, l’accertamento porta all’allontanamento dell’impiegato o del funzionario dal pubblico ufficio.

 

Si cercherà, in ogni modo, di accelerare questi procedimenti e ottenere che coloro che sono colpevoli vengano senz’altro allontanati dal pubblico impiego, in modo che non abbiano a ripetersi i fatti segnalati e lamentati dall’onorevole interrogante.

 

PRESIDENTE. L’on. Pertini ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto.

PERTINI.
Mi duole, ma non posso dichiarami soddisfatto della risposta datami
dall’on. Ministro della Giustizia.

roc: Mi associo!

Con mia grande sorpresa ho sentito dall’on. Ministro della Giustizia che il Governo non può emanare norme interpretative di una legge.

Il Governo non le può emanare in quanto potere esecutivo, ma siccome il Governo che ha emanato il decreto di amnistia, come l’attuale, aveva anche il potere legislativo, aveva la possibilità di emanare norme interpretative.

Richiamo alla mente dell’on. Ministro della Giustizia gli studi che egli ha fatto per diventare avvocato.
(Si ride).

 

Egli ricorderà che, oltre all’interpretazione di carattere analogico e letterale, vi è anche una cosiddetta interpretazione di carattere autentico.

Quando si ha, onorevole Ministro della Giustizia, questa interpretazione autentica?
Noi siamo contrari ad ogni intervento del potere esecutivo sul potere giudiziario; quindi siamo contrari all’emanazione di circolari da parte del Ministero della Giustizia per interpretare la legge.
(Applausi).



Questo si che è contro la legge!
Questa è una interferenza del potere esecutivo nel potere giudiziario.

vivi: Pertini docet!! I famosi corsi e ricorsi storici!

Invece il Governo, in quanto aveva il potere legislativo, quando si avvide (e noi sappiamo che si avvide in tempo) che l’art. 3 veniva interpretato in modo troppo lato e, l’ha detto oggi l’on. Ministro, in modo anche errato, aveva il dovere di intervenire immediatamente con provvedimento legislativo interpretativo, onde ovviare a questi errori e ad interpretazioni di carattere troppo lato.

vivi: ben detto!!!
La questione si sta facendo un pò tecnica, ma è troppo interessante per  tagliare.

L’art. 3 del decreto in parola dice:
“È concessa la grazia per i delitti ecc., salvo che siano stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni e di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di stragi, sevizie particolarmente efferate ecc.”

roc: Non voglio essere polemica ma siete sicuri che queste belle persone sono rimaste nelle patrie galere?

Balza agli occhi di chiunque, onorevole Ministro della Giustizia, che la distinzione tra chi ha rivestito cariche di elevata o non elevata funzione e chi ha commesso sevizie di particolare efferatezza o di non particolare efferatezza può variare da giudice a giudice, perché si presta ad un apprezzamento di carattere soggettivo, specialmente nella cosiddetta amnistia propria, cioè quando questa viene applicata prima ancora che il giudizio sia celebrato e sia stata pronunciata una vera e propria sentenza.


Difatti, attraverso queste maglie del decreto di amnistia, noi abbiamo visto uscire non soltanto coloro che dell’amnistia erano meritevoli,
cioè coloro che avevano commesso
reati politici di lieve importanza,
ma anche gerarchi: Sansanelli, Suvich, Pala;

abbiamo visto uscire propagandisti e giornalisti,
che si chiamano Giovanni Ansaldo, Spampanato, Amicucci, Concetto Pettinato, Gray. Costoro,
per noi sono più responsabili di quei giovani che, cresciuti e nati nel clima politico pestifero creati da questi propagandisti, si sono arruolati nelle brigate nere ed in lotta aperta hanno affrontato i partigiani e li hanno anche uccisi.
(Applausi).


roc
: Chi sono "costoro"?
Sansanelli: tra le tante cariche ricoperte nel partito fascista è stato anche segretario del Partito Nazionale Fascista (1922-1923) e Triumviro di Reggenza dell'Associazione Nazionale Combattenti d'Italia.

Suvich: Ministro degli Esteri della Repubblica di Salò.

Giovanni Ansaldo: scrittore e giornalista, negli anni Venti fu vicino agli ambienti antifascisti. In seguito aderì al fascismo.
Bruno Spampinato: filosofo, ridusse il concetto politico di rappresentanza alla sfera corporativa in una raffigurazione del fascismo come filiazione diretta dell’epopea risorgimentale.

Ermanno Amicucci: giornalista, dal 1943 direttore del Corriere della Sera, fascistissimo, segretario del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti dalla fondazione, ha contribuito come pochi alla irreggimentazione della stampa, non crede nel «famoso e famigerato Quarto Potere», definisce la libertà di stampa «un concetto astratto e inafferrabile», afferma «la prevalenza della libertà dello Stato su quella del cittadino».
Si schierò pubblicamente a favore dei provvedimenti razzisti del regime sottoscrivendo il Manifesto della razza nel 1938. E accanto al suo nome compare, udite udite, Badoglio, Pettinato e, incredibile ma vero, Emilio Canevari. Cosa c'è di sconvolgente in tutto questo? Beh, il fatto che Canevari adesso sia seduto accanto a che parla. Non so esattamente se alla sua destra o alla sua sinistra.
Perchè?
Guardate un pò cosa si legge se andiamo a cercare nel sito della Camera dei Deputati il nome di questo costituente:
Lista di elezione: Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.
Caro Pertini, chissà come ti starà ribollendo il sangue nelle vene...

Concetto Pettinato: giornalista del regime anche se a Parigi, dove era corrispondente de La Stampa, aveva amicizie anitifasciste. Il 21 giugno 1944, due settimane dopo la liberazione di Roma, Pettinato scrive sulla «Stampa» un articolo indirizzato direttamente a Mussolini, dal titolo inequivocabile: «Se ci sei, batti un colpo!». È un elenco impietoso di tutte le promesse mancate del Duce: la riorganizzazione del nuovo esercito, la lotta ai partigiani, la socializzazione delle imprese. Il danno di immagine per il fascismo è gravissimo.
Finita la guerra, dopo un anno di latitanza a Roma in cui vive facendo il pittore, Pettinato viene riconosciuto e arrestato. Grazie all’amnistia di Togliatti, trascorre solo qualche mese in carcere, e può così riprendere la sua attività giornalistica, scrivendo anche un articolo per il quotidiano socialista L’Avanti!, «Lettera di un fascista onesto».

Enzo Maria Gray: ministro fascista e in seguito all'amnistia dirigente missino.

Questi giornalisti e questi propagandisti, che dalla radio e sui giornali hanno cercato di trasformare in fanatica convinzione nell’animo di questi giovani italiani tutte le determinazioni, tutti i provvedimenti pazzeschi e criminosi del fascismo, sono più responsabili di chi rivestiva un vero e proprio incarico gerarchico. Attraverso queste maglie abbiamo visto uscire coloro che hanno incendiato villaggi con i tedeschi, che hanno violentato donne colpevoli solo di avere assistito dei partigiani.

 

Guai, onorevole Ministro della Giustizia, se per confermare quello che dico dovessi dare lettura di tutte le proteste che giungono dalla provincia! A Bassano del Grappa hanno visto rientrare coloro che avevano incendiato i villaggi vicini.
A Carrara hanno visto rientrare coloro che avevano incendiato Vinca e Bergiula.
Altrettanto si dica per La Spezia. Attraverso queste maglie abbiamo visto uscire dei seviziatori.

Il giudice che li ha scarcerati ha ritenuto poi,
nel suo apprezzamento soggettivo, che non si trattasse di sevizie efferate;
ma andatelo a chiedere a coloro che sono stati seviziati se le sevizie patite erano o no efferate.



Abbiamo visto uscire una parte della banda Koch,
la Marchi, la Rivera, Bernasconi.

Onorevole Presidente di questa Assemblea, il nome di Bernasconi deve ricordarvi qualche cosa: il nostro arresto e la nostra consegna ai tedeschi, e se non siamo stati fucilati non è stato per volontà del Bernasconi ma per intervento dei patrioti di Roma, che ci fecero evadere da Regina Coeli.
Tutti sanno come ha operato questa banda a Roma, poi a Firenze e quindi a Milano.

vivi: per dindirindina.
E si che ignoro i lor signori, se quando sento Marchi ghe penso alla Vanna nazionale e per Rivera ad un onorevole calciatore la mia mente va a pensare. Il Bernasconi per assonanza mi ricorda un Berlusconi che, con edilizia pubblicittaria s'è fatto industriale di tele-vision-aria, non di Koch.

roc: ok, ragazze! Ci penso io a chiarirvi un pò le idee...
Marchi Dusnella (detta Desi): amante di Pietro Koch e probabile appartenente alla Banda Koch ma le fonti storiche sono discordanti.
Per la banda Koch invece ha preparato una piccola scheda con delle curiosità storiche, soprattutto sulla figura di Pietro Koch, il capo della banda.
Giuseppe Bernasconi: braccio destro di un altro criminale della stessa fattispecie di Pietro Koch, Mario Carità, attivo a Firenze dopo che il suo maestro si trasferì a Milano.

Io sono stato, durante il periodo cospirativo e l’insurrezione, a Firenze.
Questa banda consumava i suoi reati e
le sue sevizie a Villa Trieste.
Basta andare a Firenze e pronunciare questo nome per vedere il volto di centinaia di donne, madri, spose, coprirsi di orrore.
Ebbene, in virtù dell’amnistia sono usciti una parte dei complici della banda Koch
ed oggi sono in piena libertà.
Naturalmente, oltre all’uscita di tutti costoro,
che per noi sono dei veri criminali e dei responsabili diretti dell’attuale situazione,
abbiamo visto uscire molti fascisti i quali
devono essere considerati dei complici
necessari di quanto ha fatto il fascismo.


vivi: Il filosofo greco Socrate diceva: il vero sapere è il sapere di non sapere, quindi si va alla ricerca... 


E ci è di più: l’art. 3 dichiara amnistiati anche quei reati comuni che sono connessi
con reati di indole politica;
di modo che si è verificata, come si verifica,
questa incongruenza.

Chi durante un rastrellamento ha compiuto un reato comune, solo perché è amnistiato per il rastrellamento, reato di indole politica, viene amnistiato per il reato comune.

Sicché, un partigiano, che subito dopo la guerra ha commesso lo stesso reato comune - e l’ha commesso in quello stato d’animo che crea sempre la guerra di liberazione - egli rimane in carcere, perché il suo reato non viene amnistiato.

 

Quell’impiegato che per vent’anni ha condotto vita onesta e non ha mai commesso atti di disonestà - ricordo la figura di Demetrio Pianelli - e che, trovandosi di fronte alla tragica situazione del Paese e della sua famiglia, si è visto costretto a vendere quanto di più caro aveva per non vedere morire di fame le sue creature ed ha commesso un reato di peculato, egli deve rimanere in carcere, mentre quel funzionario che, collaborando con i tedeschi e facendo il delatore, ha commesso lo stesso reato, soltanto perché il reato principale è reato di indole politica, ed il reato comune è stato commesso in occasione di questo, è scarcerato.

vivi: Ah! l'indulto di oggi è come bere un bicchiere d'acqua fresca!
 

 Evidentemente tutto questo non vale, onorevole Ministro della Giustizia, a portare
la pacificazione nel nostro Paese.
Così si è verificato quello che
il Ministro della Giustizia del tempo aveva previsto, quando scriveva nella sua relazione:
“Un disconoscimento di questa esigenza, anziché contribuire alla pacificazione, contribuirebbe a rinfocolare odi e rancori, con conseguenze certamente per tutti incresciose”.



Ed è quello che si è precisamente verificato.
Tanto più che costoro, onorevole Ministro della Giustizia, non hanno considerato il decreto di amnistia come un atto di clemenza;
cioè non hanno dimostrato comprensione verso questo nostro atto di perdono, ma l’hanno considerato e considerano come un atto di debolezza, come un atto di resipiscenza;
essi pensano, onorevole Ministro della Giustizia - poiché questa è la realtà, che è confermata nei reclami che abbiamo ricevuto - che noi antifascisti ci siamo ravveduti, che siamo noi ad avere commesso un errore e che essi sono nel vero.
Questi signori, rilasciati dalle carceri, rientrano nei loro Paesi e vi entrano arroganti, manifestando il loro antico animo
e propositi di rivincita e di vendetta.

vivi: resipiscenza, resipiscenza... riconoscimento dei propri errori accompagnato da ravvedimento!

Mi scriveva un amico che in un paese vicino a Verona due di costoro, che avevano a suo tempo cooperato all’incendio di villeggi vicini, sono rientrati arroganti, si sono fermati dinanzi ad una lapide che ricorda la caduta di partigiani
ed hanno sghignazzato.
Questo è l’animo che dimostrano costoro che hanno beneficiato dell’atto di clemenza.

 

Vi è di più, onorevole Ministro.
Costoro rientrano e rioccupano i posti, che avevano prima di andare in carcere; non solo, ma vogliono - ed hanno ragione, secondo il decreto di amnistia, perché l’amnistia estingue il reato e ne fa cessare le conseguenze - vogliono incassare anche le indennità.
Vi è un caso in queste proteste: quello di un fascista il quale vuole che gli siano liquidate - ed ha ragione secondo l’atto di clemenza - ben 200 mila lire.

Questo si verifica quando ancora vi sono degli antifascisti i quali non vedono accolta la loro domanda di riassunzione e di ricostruzione della loro carriera in base al decreto del 6 gennaio 1944.

È vero che si sono create delle commissioni paritetiche per i ferrovieri e per i postetelegrafonici, commissioni che anzi dovrebbero essere create per tutti i settori dell’amministrazione statale, ma esse non funzionano, o per lo meno il loro procedere è molto lento prima di venire a qualche decisione utile.

 

Sicché è ancora disoccupata una grande quantità di antifascisti, specialmente tra i postetelegrafonici
ed i ferrovieri.
I ferrovieri, che sono stati all’avanguardia della lotta dell’antifascismo, hanno visto vuotare la loro fila con la formula dello scarso rendimento: centinaia e centinaia di essi sono disoccupati.


Noi chiediamo quindi, e saremo qui a vigilare, che le promesse non rimangano allo stato di promessa ma che si concretino in fatti e che il decreto del 6 gennaio 1944 sia senza ritardo applicato nei confronti di tutti gli impiegati statali e parastatali.

 

Bisogna tener presente la situazione di coloro che hanno partecipato agli scioperi del 1921 e del 1922.
Quello del 1921 che si tenne nel compartimento ferroviario di Firenze fu a scopo di protesta contro l’assassinio di Lavagnini,
segretario del Sindacato ferrovieri.

 

Nè va dimenticata la sorte di quegli insegnanti che nel 1925 firmarono una dichiarazione di protesta per l’assassinio di Matteotti.
Molti di costoro non erano ancora in ruolo e non sono quindi stati riassunti; mentre i loro compagni, che quella dichiarazione non hanno firmato ed hanno fatto atto di sottomissione al fascismo, oggi rimangono ai loro posti.

 

Vi è anche la situazione di quegli ufficiali e impiegati che sotto il Governo repubblichino hanno dato le dimissioni per non andare al Nord e non assoggettarsi al Governo fascista.
Costoro non possono essere riassunti, nonostante la domanda che all’uopo hanno presentata.

vivi: chissà se ancor oggi si trovano persone che seguono degli ideali più che il proprio portafogli!


Tutto questo ci preoccupa.

roc: E a distanza di sessant'anni ci chiediamo quanti di loro hanno avuto giustizia. Penso siano veramente in pochi.
E se guardiamo i rigurgiti neo-fascisti attuali lo sconforto è ancora maggiore di quello di Pertini... 

Ricordiamo che l’epurazione è mancata: si disse che si doveva colpire in alto e non in basso, ma praticamente non si è colpito né in alto né in basso.

 

Vediamo ora lo spettacolo di questa amnistia che raggiunge lo scopo contrario a quello per cui è stata emanata: pensiamo, quindi, che verrà il giorno in cui dovremo vergognarci di avere combattuto
contro il fascismo e costituirà colpa essere stati
in carcere e al confino per questo.

vivi: non proprio vergognarsi... ma quasi!
Oggi qualcuno dice che più che Resistenza si dovrebbe parlare di guerra civile, "riabilitando" persino i ragazzi di Salò.

I partigiani sono quasi scomparsi dalla memoria collettiva e solo gli Alleati angloamericani sembrano averci liberato

Bella Ciao, pfui, chi la canta più! Già è tanto se ci si ricorda del 25 aprile come festa della Liberazione!

Non si è risposto alla terza parte della mia interrogazione, strettamente connessa alle altre due.
Osservo che sarebbe vano il recriminare se non traessimo un insegnamento dagli errori compiuti.
Avremmo dovuto servirci dell’istituto della grazia e applicarlo caso per caso; avremmo dovuto stabilire che il beneficiario del condono, qualora compisse entro cinque anni un nuovo reato, dovrebbe non solo rispondere di questo, ma subire la revoca del beneficio ottenuto.
Comunque, dobbiamo trarre insegnamento dagli errori commessi per evitarli domani.

 

Pertanto riteniamo che ogni provvedimento legislativo - come già è stato detto qui da un insigne giurista - non dovrebbe essere emanato dal potere esecutivo, ma essere soltanto espressione della volontà popolare.
Al di sopra di questa non vi sono altri poteri e altre volontà. Quindi ogni provvedimento legislativo deve essere vagliato, discusso, nell’Assemblea dei rappresentanti del popolo e soltanto da questa Assemblea emanato.
(Approvazioni).



PRESIDENTE. Concluda, on. Pertini.


PERTINI. Mi conceda ancora un minuto.

Voglio accennare alla situazione di carattere obiettivo creata da questa amnistia.
Con essa sono usciti dalle carceri dei veri criminali tetragoni ad ogni pentimento, e che hanno ancora l’animo che avevano sotto il fascismo.
Costoro sono per noi dei veri nemici
della Repubblica.

 

Sappiamo benissimo che la Repubblica non può e non deve imporsi con la violenza e con i tribunali speciali, come ha fatto il fascismo; ma la Repubblica si imporrà anche  a coloro che hanno votato per la monarchia quando realizzerà se stessa, cioè quando darà vita a quelle riforme di carattere sociale ed economico che faranno apparire la Repubblica
come l’espressione degli interessi e
delle aspirazioni del popolo italiano.

Ma perché la Repubblica possa dare vita a queste riforme bisogna che non sia insidiata nella
sua esistenza.

roc: Povera Repubblica! Nemmeno appena nata hanno avuto la bontà di lasciarti in pace. Dovrai passarne ancora tante in futuro. Ma sopravviverai. Sempre sperando che tu fossa diventare più forte dei continui attacchi che ti fanno.  Ma gli Italiani sapranno lottare per te come hanno fatto i partigiani che oggi vengono così maltrattati? E avremo di nuovo un Presidente che ti ami e sappia farsi amare come Sandrino?

Noi vogliamo essere indulgenti verso tutti coloro che, nemici ieri, si dimostrano ravveduti oggi e vogliono operare nella legalità repubblicana, ma dobbiamo essere inesorabili e implacabili contro tutti coloro che tentassero di violare
l’ordine repubblicano.
(Vivi applausi a sinistra).
Noi non dobbiamo attendere che da questa situazione derivino conseguenze irreparabili, ma nostro dovere è quello di prevenire le cause che potrebbero dare vita a queste conseguenze.

  

Si crei quindi una legge che consenta al potere esecutivo di allontanare dalla società, per un determinato tempo, coloro che tentassero di violare la legalità repubblicana.



Solo in questo modo noi potremo apprestarci ad assolvere il compito che ci è stato affidato dal popolo italiano; solo in questo modo noi potremo dare delle solide fondamenta alla nascente
Repubblica democratica italiana.
(Vivissimi applausi).

 
vivi:un eloquio niente male !
Ma bando alle ciance, il problema era veramente serissimo!

roc: Mi fa un certo effetto ascoltare Pertini!!!!
Io sono nata quando lui era Presidente ed è morto prima che mi appassionassi alla politica. Praticamente l'ho conosciuto solo attraverso spezzoni di filmati RAI. Però anche da piccola mi affascinava. Ricordo la canzone di Toto Cutugno "...e un partigiano come Presidente"... Non la capivo ma mi suonava bene. Volevo sempre che il Presidente fosse partigiano, beata innocenza! E poi mi sono ritrovata Cossiga e Scalfaro...

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a termini dell’art. 80 del Regolamento, l’on. Togliatti. Ne ha facoltà.

 

TOGLIATTI. Onorevoli colleghi, essendo stato Ministro Guardasigilli del Governo che ha emanato il provvedimento di amnistia che è stato posto in discussione, ho avuto una parte di primo piano nella elaborazione, nella presentazione e nell’approvazione di questo decreto.
Ciò mi autorizza, credo, ad intervenire nel dibattito che a proposito di esso è stato sollevato.

vivi: direi!

Condivido le espressioni di dolore, e vorrei dire anche di sdegno, con le quali l’on. Pertini ha commentato alcuni aspetti dell’applicazione dell’amnistia, sottolineando determinati stati d’animo suscitati nel popolo da questi aspetti.

vivi: almeno!!

Desidero, d’altra parte, ricordare alcune cose e la prima è che era unanime il desiderio di un atto di clemenza, di maggiore o minore larghezza, il quale intervenisse nel momento in cui si creava
in Italia uno Stato repubblicano,
nel momento in cui la Repubblica cominciava la propria esistenza come regime di tutti gli italiani. Questa esigenza era stata avanzata, credo,
da tutti i partiti, non esclusi i partiti dell’estrema sinistra, e da tutti gli strati dell’opinione pubblica,
con maggiore o minore insistenza.

 roc: Però nessuno è andato a chiedere a Pertini cosa ne pensava sull'argomento!

Il Governo non poteva
non aderire a questa richiesta,
non poteva non far propria questa esigenza,
e il fatto che il Governo l’abbia fatta propria
- l’on. Presidente del Consiglio mi permetterà di parlare in questo modo benché non faccia parte del Governo, ma allora ero Ministro -
credo sia stata una manifestazione di forza e non di debolezza del regime repubblicano.

Abbiamo guardato in faccia la realtà; abbiamo compreso che vi era una gran parte dell’opinione pubblica, soprattutto degli strati medi della popolazione, la quale ci chiedeva un atto di clemenza, e lo abbiamo concesso,
pur rendendoci conto che, per quanto bene formulassimo la legge di amnistia,
mai avremmo potuto formularla in modo tale che aderisse perfettamente, come il règolo elastico di Aristotele, alla superficie scabra della realtà.

vivi: il regolo di Aristotele. Togliatti, riprendendo il filosofo greco, vuole dire che per essere giusti ed equi, bisogna essere soprattutto flessibili.

Lesbo: il regolo si adatta alla configurazione della pietra e non rimane rigido, come il decreto si adatta ai fatti. Che cosa è dunque l’equo, e che è giusto e migliore di un certo tipo di giusto, è chiaro. Da ciò risulta manifesto anche chi è l’uomo equo: è equo infatti chi è incline a scegliere e a fare effettivamente cose di questo genere, e chi non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge. Questa disposizione è l’equità, che è una forma speciale di giustizia e non una disposizione di genere diverso
.(Aristotele, Etica a Nicomaco)


Pur rendendoci conto di tutto questo, abbiamo pensato che la Repubblica era così forte,
per la vittoria conquistata con la consultazione del
2 giugno, e così forte ormai il regime democratico nel cuore di tutti gli italiani,
che si poteva fare quello che abbiamo fatto.
Tutti i partiti, del resto, furono d’accordo nel concedere questo atto di clemenza, pure essendovi state discussioni circa il modo come si dovesse formulare il relativo decreto.

 

Riguardo alle circolari interpretative, noi ci troviamo di fronte alla necessità di dare un’amnistia non indifferenziata; dovevamo fare una distinzione tra alcuni delitti politici e gli altri.
Trovammo una formula, che è quella citata dall’on. Pertini, la quale esclude dall’amnistia prima di tutto coloro che hanno avuto elevate cariche di responsabilità civile e politica, o comandi militari e coloro i quali hanno commesso reati particolarmente gravi e a scopo di lucro.

 

COSATTINI, Gruppo Socialista.
Perché “particolarmente”?

 

MAZZONI. “Particolarmente” inoltre è soggettivo: di fronte ad un “particolarmente” cosa fa un disgraziato giudice?

 

TOGLIATTI. Mi permetta l’on. Mazzoni: i reati da noi considerati particolarmente gravi sono indicati nel testo di legge.
Inoltre, la regola della connessione che qui è stata citata dall’on. Pertini, è stata ricordata in quel decreto, non allo scopo di escludere dalla sanzione particolari delitti, ma allo scopo di includerli, cioè allo scopo di colpire...
(Interruzione dell’on. Cosattini)
[...]
reati anche meno gravi commessi in connessione con reati più gravi a cui l’amnistia non si applica.
(Interruzioni).

D’altra parte tutti i decreti di amnistia che abbiamo fatto finora - e ne abbiamo fatti due altri - di carattere politico sono informati allo stesso criterio; anzi, uno fu emanato da uno dei Governi che precedettero la liberazione di Roma.

 

Anche in quel decreto, che è del 1944, si introduce un criterio di differenziazione politica generica; e altrettanto si può dire del decreto successivo, fatto per discriminare gli atti commessi in violazione di determinate leggi dai partigiani.

differenziazione politica generica...

Se non si segue questa norma, che in tali casi diventa inevitabile, non si ha più un decreto di amnistia ma una casistica; non si ha più, cioè, un provvedimento di carattere politico.

 

Questo rendeva necessario
- ho constatato che vi è stata in questo senso una pratica costante di tutti i Guardasigilli - da parte del Guardasigilli stesso di interpretare le disposizioni della legge, ciò che io feci in parte nella relazione e in parte con istruzioni inviate
ai Procuratori generali della Repubblica, servendomi della facoltà di vigilanza sulle Procure generali
che è prevista dalla legge.
Secondo le informazioni che possedevo sul momento in cui ho lasciato il Ministero di Grazia e Giustizia su 13 mila procedure aperte o condanne, vi sono state circa 2500-3000 scarcerazioni.
Questi sono i fatti.

 

Per concludere ritengo, nonostante vi siano stati quegli episodi dolorosi cui si è accennato, e verso i quali la mia posizione è analoga a quella dell’on. Pertini, che il decreto di amnistia doveva ad ogni modo essere emanato e difficile sarebbe stato a qualsiasi Governo fare un atto di amnistia che non desse luogo a determinati errori.

 

Quello in cui sono perfettamente d’accordo con l’on. Pertini e su cui credo saremo d’accordo tutti in questa Assemblea, perché è nel comune intento di tutti noi, è lo spirito col quale abbiamo condotto la guerra di liberazione e creato la Repubblica; è la considerazione che se
la Repubblica, sorgendo,
ha voluto compiere un atto di clemenza
lo ha dato a degli uomini, ai quali
ha perdonato,
non lo ha dato al regime, non lo ha dato al fascismo, contro il quale dovremo continuare e continueremo a condurre un’azione politica e, se sarà necessario, anche legislativa, per impedire
che possa in qualche modo rinascere.
Questa è la base del regime democratico, questa è la base della Repubblica nel nostro Paese.
Se essa dovesse venire meno, né Repubblica né democrazia potrebbero sopravvivere.
(Applausi all’estrema sinistra).

 vivi:il realismo di Togliatti è filosoficamente efficace, ma ha anche un che di molto religioso.
Un perdono cristiano decretato da un comunista.



Abbiamo ascoltato la vivace requisitoria di Pertini sul decreto d’amnistia. Una posizione forte quella di Sandro; un’ appassionata esposizione da parte di un partigiano che molto ha patito durante la guerra.
Di contro una risposta asciutta, essenziale, quella di Togliatti, ispirata ad un eccezionale, quanto a volte amaro realismo.


II° parte: a scuola di libertà

 

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