dirò quando l'ho incontrato...

Il femminismo. [*]
Dirò quando l'ho incontrato e non l'ho riconosciuto;
quando l'ho incontrato sotto altro nome;
quando mi ci sono scontrata ancor prima di incontrarlo.

L'ho incontrato e non l'ho riconosciuto quando si incarnava nelle persone di mia nonna, di mia madre e delle sue tre sorelle: una pluralità di figure femminili presenti in casa, due sposate due no, lavoratrici tutte.
Zitelle nessuna, semmai 'scapole', come si diceva nella mia lingua. Io sono di Venezia, e sono del '36.

E' importante il contesto.
Durante la guerra era mia madre che andava in campagna, 'in terraferma', a procurare roba da mangiare. Lei correva dei rischi sotto i bombardamenti, mio padre lo vedevo fremere di preoccupazione per questa donna che era in giro.
Era mia zia che teneva una rete di sostegno a Venezia e tra Italia e Svizzera per i conoscenti ebrei.

Quindi per me bambina la figura intellettualmente interessante era maschile, era mio padre, antifascista, mazziniano, autodidatta… ma irrimediabilmente impiegato di banca.
La figura femminile, quella era la figura avventurosa.

Nessuno in famiglia ha mai fatto riferimento a fidanzati, matrimonio, corredo come a cose che mi riguardassero personalmente e inevitabilmente, come a un destino precostituito: l'istruzione, la cultura, l'indipendenza economica, l'autonomia da ottenere con il lavoro erano l'orizzonte ovvio e doveroso.

Esplicito nel messaggio di mia nonna, casalinga di origine contadina che dominava tutta la famiglia e che pure raccomandava "studia, studia che ti gavara' la pension": un obbiettivo che a me pareva lontanissimo e irrilevante ed era invece segno che in lei l'ambiguo dominio matriarcale non assolveva il suo sogno di autonomia.
(Oggi, data la mia età e i tempi che corrono, mia nonna mi pare felicemente profetica).

Cresciuta in una famiglia antifascista in pieno fascismo, non ho mai avuto paura nell'essere minoranza, nell'avere intorno una società che aveva altri valori e altri miti e simboli, per cominciare a scuola.
Ricordo ancora con precisione quando in seconda elementare – scolara precoce, avevo sei anni – dovetti alzarmi in piedi e pronunciare il giuramento di difendere, "se necessario anche con il sangue, la causa della Rivoluzione Fascista".

Fu per me un vero caso di coscienza  – sembra esagerato, ma i bambini capiscono e percepiscono assai più di quel che ci piace pensare -  perché sapevo di non potermi sottrarre, altrimenti avrei messo nei guai la mia famiglia.
In casa mi avevano responsabilizzato, difficile che una cosa scappasse di bocca a noi ragazzi senza riflettere. Non c'è contraddizione con il fatto che molti anni dopo, alle superiori, ho apprezzato il modo di porsi di una mia anziana insegnante, dannunziana e fascista della prima ora, Infermiera Volontaria della Croce Rossa nelle navi da guerra, di cui non condividevo le idee ma di cui ammiravo il coraggio di essere se stessa di fronte al mondo.

Chiamo tutto questo 'femminismo', ancorché non voluto e non riconosciuto come tale da chi me lo ispirava. E neppure da me, naturalmente, perché solo più tardi, nel confronto con altre madri, altre famiglie, altre formazioni ho avuto la percezione che c'erano modi più convenzionali di educare le figlie. 

Ho voluto raccontare questi precedenti per trarne alcune conclusioni:
a) che il femminismo non è (o non è solo) un particolare periodo storico o un movimento politico;
b) che la genealogia da cui trae forza una donna non è sempre lineare, non passa per schieramenti politici prestabiliti e privilegiati ma molto per figure femminili che comunicano senso di sé, orgoglio di genere, autorevolezza nel mondo.

Il femminismo.
Quando l'ho incontrato sotto altro nome si chiamava 'emancipazione femminile' e il suo luogo politico fu per me e per molte l'Unione Donne Italiane.

Era il 1964, ero una donna già emancipata, avevo istruzione, cultura, lavoro, una vita sentimentale, una socialità legata all'attività sindacale e politica e quindi (non riflettevo più che tanto su questa consequenzialità) prevalentemente maschile: sia nel senso che frequentavo più uomini che donne, sia nel senso che maschili erano i luoghi, i tempi, i comportamenti, gli investimenti, i contenuti, in una parola le pratiche che anche a noi donne parevano ovvie.

Non ero iscritta ad alcun partito, non ero comunista, non ero anticomunista, votavo Pci.
Conoscevo l'Udi come una delle tante forme della sinistra a cui dare una mano ogni volta che ne venissi richiesta, all'interno di quella diffusa partecipazione civile - ovviamente volontaria, gratuita e spesso senza alcuna prospettiva o mira di carriera – che caratterizzava quei tempi e che oggi è quasi inimmaginabile.

Nel 1964 mi fu passato da una donna dell'Udi un libretto di centotrenta pagine Unità ed emancipazione delle donne per il progresso della società. Niente di accattivante nel titolo, squallida la veste grafica e piuttosto burocratico anche il linguaggio, ma per me fu una rivelazione.

Scoprivo che l'emancipazione femminile era un movimento che aveva una lunga storia, una geografia mondiale, un grande spessore intellettuale, culturale e politico, tanto da produrre – in poche pagine – una lettura organica e complessiva della realtà  dal punto di vista di una specifica condizione, la famosa "condizione femminile".

Per la storia delle origini dell'Udi come istituzione femminile, rimando alla lezione di Patrizia Gabrielli, una studiosa che vi ha dedicato pagine politicamente assai acute, frutto della sua ricerca approfondita e lontana dai luoghi comuni; rimando all'Archivio Centrale dell'Udi a Roma con i documenti, le foto, i manifesti che illustrano - anche nella mostra Donne manifeste itinerante in Italia - sessant'anni di azione politica di donne associate per la propria emancipazione.

Per l'attualità, rimando all'attività dell'Udi che, dal 2003, si è voluta nominare Unione Donne in Italia per sottolineare non solo, naturalmente, che nel nostro paese ci sono molte straniere, ma che nei confronti della cittadinanza e del suo pieno esercizio straniere in patria lo siamo un po' tutte.

Per la mia storia, cioè in termini di memoria più che di storia, ha contato certo quella lettura, ma il vero appassionamento alla politica delle donne è dovuto all'incontro diretto e personale con alcune delle donne che avevano concepito e scritto quel documento congressuale, "le dirigenti nazionali".

Quindi un appassionamento avvenuto per contagio, vedendo come quelle donne sapevano trasformare in azione politica quotidiana e concreta  le conseguenze della loro analisi.
Mi mostravano la politica come una cosa che si fa.

La politica non come pura agitazione, o come dichiarazione di principi, ma come pratica concreta: rapporto con le persone, percezione di bisogni, individuazione di obbiettivi, elaborazione di un linguaggio, ideazione di strumenti, reperimento di mezzi, tessitura di alleanze, organizzazione di lotte.

Una pratica con i suoi canoni e la sua disciplina, e che richiedeva una determinazione protratta nel tempo per strappare qualche risultato. C'erano due grandi filoni:
contro le discriminazioni che colpivano le donne, per legge, per convenienza o per consuetudine
per i servizi sociali la cui mancanza inchiodava le donne esclusivamente nel ruolo casalingo.

Oggi non c'è pubblico amministratore che non si vanti di mettere nel suo programma nidi e scuole materne; negli anni sessanta la lotta per i servizi materno-infantili era in primo luogo una questione culturale

Oggi diamo per scontato che le ragazze studino, che si presentino sul mercato del lavoro e che si considerino disoccupate se non lo trovano; diamo per scontato che il matrimonio e la maternità siano una scelta e non un destino.

Allora non era così; rivendicare servizi per l'infanzia significava mettere in discussione un ruolo femminile consolidato e naturalmente venivamo accusate  di operare - manco a dirlo - per la disgregazione della famiglia.
Mandare il bambino alla scuola materna - a meno che non fosse delle suore - o peggio l'idea di portarlo al nido fin da piccolissimo era considerata immorale.

La modernizzazione della società era comunque in atto, ma non era affatto scontato che prevedesse significativi passi di emancipazione: prospettarli alla coscienza femminile e imporli in un estenuante confronto con le istituzioni richiedeva fare politica.

Questi obbiettivi concreti, che ti obbligavano a un rapporto diretto con altre donne, in genere di differente classe sociale e culturale, e che ti abituava a non averne paura, erano per me appassionanti perché, pur essendo concreti nell'essere appunto obbiettivi, erano pur sempre anche dei pretesti.

A noi dell'Udi non interessava soltanto che le donne avessero i servizi sociali, o parità di salario a parità di lavoro… noi puntavamo sul fatto che attraverso queste lotte almeno una donna su mille, una percentuale comunque, si innamorasse non dell'obbiettivo, ma dell'idea complessiva di emancipazione; scoprisse che c'era un altro modo, un altro taglio con cui leggere il mondo e il senso del proprio essere donna.

Patrizia Gabrielli ha approfondito la questione del rapporto tra l'Udi istituzione e i partiti politici della sinistra, tra l'Udi e il Pci in particolare; è una interpretazione nella quale mi ritrovo perché corrisponde a un dato elementare: se ti consideravi un soggetto oppresso, con chi dovevi misurarti in primo luogo, se non con quelli che si dichiaravano difensori dei soggetti oppressi?
Era un dato storico e perfino teorico (non era forse stato Togliatti a dire che "l'emancipazione femminile non è questione di una sola classe né di un solo partito"?).

Ma nella realtà quotidiana non era così semplice.
Ricordo la scrivania di una sezione del Pci di Mestre dove andavamo per approfittare del ciclostile, in cui qualcuno aveva inciso con un temperino "Abbasso l'Udi, viva la libertà delle donne".

I compagni vivevano  come un disturbo l'esistenza di un'associazione che consideravano cosa loro, che però si muoveva con una certa libertà, che inventava dei terreni o delle procedure politiche che loro non avevano pensato di mettere in campo.
Una forma di ostilità che conviveva con un atteggiamento paternalistico.

Diceva il compagno con una certa soddisfazione – Io vado in sezione e mia moglie è dell'Udi - come dire –Io faccio la mia parte e lei fa la sua.
Dopo gli anni '70 non ha usato più quest'espressione, semmai cambiava tono e diceva –Mia moglie è dell'Udi – come dire –Devo sopportare anche questo.

Lo scontro era verso il mondo esterno, ma la dialettica era evidentemente anche nei confronti dei partiti politici della sinistra e segnatamente – per quello che io so, perché poi mi ci iscrissi al Pci – anche fortemente con le donne all'interno del Pci, e su questioni essenziali.

Le femministe.
Il femminismo in quanto movimento politico degli anni '70/'80... sembra un tutto organico e compatto mentre era variegato e complesso e un po' pazzo, e perciò io preferisco dire 'con le femministe', con quelle femministe io ed altre, tutte noi dell'Udi, mi sono in primo luogo scontrata, prima che incontrata.

Per una ragione molto semplice, persino fisiologica: noi venivamo da quarant'anni di gloriose lotte per l'emancipazione, arrivano queste sgarzole, che sembrava avessero tutte vent'anni anche quando ne avevano quaranta e passa, e dicono che è tutto sbagliato, che siamo passatiste, che abbiamo rapporti con le istituzioni, che difendiamo la famiglia, che festeggiamo ancora l'8 marzo giornata di lotta e tutti gli altri 364 giorni che cosa facciamo, che l'emancipazione è una trappola mentre la liberazione sì…, e basta con questa storia degli asili nido e dei servizi sociali. Insomma, non c'era nulla di quello che l'Udi faceva o aveva fatto che andasse bene a questa nuova leva.

Una radicalità salutare e perfino necessaria, ma tale da suscitare inizialmente il risentimento di almeno quelle fra noi che non avevano fretta di cavalcare le nuove parole d'ordine. 
Abbiamo fatto diversi tentativi di contatto e di discussione, ma senza veramente capirci.

Perché quello che serviva era propriamente il conflitto, il tenersi testa, il misurarsi su un terreno concreto di lotta politica.
Utilizzerò una cosa scritta da me un po' di tempo fa in occasione di un convegno perché serve a dare un'idea, in estrema sintesi e anche con un po' di leggerezza, delle differenze fra noi.

Noi avevamo sedi
Loro si riunivano nelle case

Noi avevamo una gerarchia esplicita
Loro si incontravano per gruppi alla pari

Noi venivamo dalla Resistenza
Loro venivano dal  Sessantotto

Noi facevamo interventi
Loro parlavano

Noi ci rapportavamo alle istituzioni
Loro erano anti

Noi facevamo analisi sociopolitiche
Loro facevano autocoscienza

Noi cercavamo il consenso
Loro facevano scandalo

Noi eravamo nazionalpopolari
Loro guardavano gli States

Noi filavamo faticosi processi
Loro erano qui e ora

Noi parlavamo di politica
Loro parlavano di sessualità

Noi accusavamo la società maschile
Loro se la prendevano con i maschi

Noi rappresentavamo le donne
Loro si rappresentavano

Diversità così profonde di storia, di vita, di pratica politica, di riferimenti culturali da far pensare che mai avremmo trovato l'opportunità non per una banale alleanza, ma per una reale costruzione di politica comune. Invece avvenne, sia perché al di là delle apparenze c'era reciproca ammirazione (come avremmo ammesso e come ci sarebbe stato riconosciuto. Dieci anni più tardi), sia e soprattutto perché sulla questione dell'aborto comprendemmo tutte – udine e femministe – che o saremmo state capaci di trovare un punto fermo comune sull'autodeterminazione, oppure sulla nostra testa sarebbe passato, come un rullo, qualunque partito politico.

Fosse la DC fosse il Pci non cambiava molto, perché il Pci inizialmente prevedeva la casistica, cioè una commissione di signori che avrebbe deciso se una donna  poteva o meno interrompere la gravidanza.

La mediazione che sapemmo trovare tra noi spostò le donne comuniste, fino a quel momento attestate su un generico "vogliamo una legge giusta" e, quel che più conta, diede voce al sentimento profondo di tante donne che non erano più disposte ad accettare l'aborto clandestino, che volevano la contraccezione per non essere costrette all'aborto.

Che lo scontro sia stato anche interno alla sinistra non deve meravigliare. Basterà ricordare, a titolo di esempio, che oggi le donne sono in maggioranza nella segreteria generale della Cgil, ma in quegli anni le compagne del FLM glorioso sindacato dei metalmeccanici, si ritrovavano  privatamente all'Udi – ricordo Paola Piva, tra le altre – perché non era ammessa nel sindacato una aggregazione autonoma femminista.

In sostanza, in quegli anni si sviluppò in tutte noi – intendo una platea molto molto vasta – un'intelligenza politica collettiva e diffusa, un'intelligenza di genere che è difficile da riprodurre, cioè da rappresentare significativamente.
E difficile anche che possa riprodursi.
Penso che sia un privilegio della mia vita aver partecipato di quell'intelligenza che era anche responsabilità politica, controllo reciproco, misura delle conseguenze.

Quelle manifestazioni gigantesche, che ora vediamo in fotografia colorate, aggressive e pacifiche, non me le sono mai godute non dico in prima fila, ma sempre in fondo al corteo o di lato, come altre dirigenti udine o femministe, attente a che non succedessero incidenti, che non si infiltrassero maschi o le donne di Autonomia dalla P38 simbolicamente esibita. Il servizio d'ordine come cultura e responsabilità politica.
Il femminismo, ormai mi ci sento dentro e anche da molti anni.

Quello che voglio dire alle giovani e ai giovani che lo studiano è che il femminismo ha ormai un corpus teorico complesso, non è "il femminismo": sono pensiero, sono teorie, sono scuole, sono pratiche politiche, sono ricerche.

Non è una religione
, non è neppure una ideologia e quando lo diventa nei comportamenti - ogni tanto succede - vuole dire che si è congelato in una forma impropria e fantasmatica.
Molte funzionarie di un certo femminismo di stato non mi entusiasmano più di tanto.
Al tempo stesso non è un evento da cui si è tagliate fuori se non si sono vissuti gli anni '70/'80.

La produzione femminista si studia, ma il femminismo non è riducibile a tematica, a materia scolastica, non per una donna.
E' una lettura della realtà che, se sei una donna, ti sposta nelle tue scelte di vita, nelle tue scelte materiali, nei tuoi investimenti, nei tuoi tempi, nei tuoi rapporti con altre persone.
Ha delle conseguenze.

Non basta scaricare da Internet qualche articolo di qualche illustre femminista e sentirsi tranquille: bisogna confrontarlo con la propria vita, usarlo come uno strumento che mi permette di decodificare la realtà, di vedere una differenza di genere laddove la realtà si presenta apparentemente come piatta, ovvia, egualitaria.
Non è così.
                                           Vania Chiurlotto

[*]
Con queste parole, Vania Chiurlotto ha esordito nel proprio intervento in occasione della giornata conclusiva Il mio incontro con il femminismo di un Seminario storico organizzato l'8 marzo 2005  dal Comune e dal Liceo di Albano in collaborazione con l'Università di Tor Vergata, Roma. 
L'intervento è stato poi pubblicato anche sul sito dell'Udi.
I grassetti nel testo sono nostri (la redazione)



Vania Chiurlotto, insegnante, è nell'Udi dal 1964.
Dal 1978 al 1982 ha diretto il settimanale Noi Donne.
Dal 1985 al 2000 nella redazione della rivista DWF donnawomanfemme.


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