Salve a tutti e tutte. [*]
Mi chiamo Cecilia Casula, ho 32 anni e sono…sono tante cose, tante anime.
Alcune “controcorrente” come mi diceva Pina Nuzzo in una chiacchierata, come quella di far parte di un collettivo femminista che ancora si azzarda a praticare il cammino dell’autocoscienza.
Un’attenzione alla dimensione privata che, nel mio caso, non è divenuto “fatto” pubblico così automaticamente come in passato, ma solo attraverso la ri-appropriazione di un luogo storico come è stato e continua ad essere per me quello dell’UDI.
Per una condivisione che tenga conto sempre più delle diverse soggettività e dei vissuti politici, culturali e personali delle donne.
Come è stata per me Udi e per me “collettivo”, l’esperienza del convegno che proprio come Udi abbiamo organizzato e proposto nello scorso novembre, Generare oggi tra precarietà e futuro.
Questa precarietà che non è da considerare solo come il continuo pellegrinaggio da un lavoro all'altro; precarietà è anche un mutamento significativo della percezione di sé, visto che uomini e donne sperimentano quotidianamente la difficoltà, se non l'impossibilità di trasformare le proprie esperienze in “narrazioni continuate”, come sosteneva Stefania Cantatore qualche mese fa ad un’iniziativa sulla condizione lavorativa “moderna”.
E se il precariato si estende silenziosamente ad essere condizione di vita, allora parliamo di donne.
Precarietà non è flessibilità, ed anzi riduce in modo drastico gli spazi di libertà nella vita privata che quest’ultima avrebbe reso possibili.
E come sicuramente molte donne qui presenti sanno bene, precarietà non è solo lavoro e non è solo per le giovani generazioni.
Noi donne siamo continuamente in bilico nella vita sociale e politica così come negli affetti, anche a causa di leggi disapplicate, negate, peggiorate da parlamenti ancora e sempre maschili.
LA PRECARIETA’ CI RENDE STERILI, recita il nostro ultimo slogan per l’otto marzo.
Sterili rispetto al nostro corpo in primo luogo, rispetto alla scelta di una maternità continuamente rimandata anche nel mio caso ad esempio, per il desiderio, la necessità anzi, di una realizzazione personale non immune però da continui sensi di colpa.
Sterili rispetto alle nostre esistenze, ai nostri tempi.
Tempi frettolosi e non rispettosi che dettano le priorità di un’ipotetica scala gerarchico-valoriale di realizzazioni verso le quali come donne dovremmo “naturalmente” protendere ma che paradossalmente senza “stabilità” non hanno ragion d’essere.
Tempi che ci allontanano dalla possibilità di ritagliarceli noi altri tempi, che siano magari la condivisione di ideali, propositi, lotte, desiderata.
Certamente poi, tra le mie tante “anime” c’è quella della militanza in un partito; dell’iscrizione alla CGIL e, quella di lavoratrice fortunata perché “indeterminata” e non “atipica”.
Continuo a partire da me.
Da come mi sento, e dunque sono, PRECARIA.
Perché mi sento quotidianamente in gabbia, in una “dorata” gabbia che mi concede un salario garantito ma che non mi fa sperare in una futura migliore e decorosa qualità della mia vita.
Perché mi sento insoddisfatta e pessimista in riferimento alle reali possibilità di crescita professionale che mi si prospettano anche e soprattutto in relazione alle mie competenze ed al mio bagaglio formativo.
E in questo mi sento di assomigliare alle tante donne immigrate che per una soglia minima di “certezze” accettano i mestieri più umili e dequalificanti, non in sé per sé ma in rapporto, per esempio, al proprio vissuto di studi.
Mi sento precaria perché, seppur godendo la mia vista di una busta paga ogni 27 del mese, il mio mese rischia sempre più di fermarsi alla terza settimana.
Sono precaria quindi, perché instabile, perché, come dall’ etimologia del termine stesso, prego per ottenere.
Le mie tante anime pregano.
“Prego” per ottenere l’abrogazione della legge 30 e dei suoi decreti attuativi che cancellano diritti e tutele, affossano la contrattazione, compromettono lo sviluppo qualitativo del paese.
“Prego” affinché il lavoro IN GENERALE, E QUELLO DELLE DONNE IN PARTICOLARE, possa dirsi sempre dignitoso, in presenza di una protezione adeguata contro i licenziamenti; in presenza di una certezza di reddito e di futura pensione; in presenza della garanzia di una rappresentanza consapevolmente scelta.
Perché vogliamo essere libere di creare vite, convivenza e democrazia.
"Non abbiamo futuro perché il nostro presente è troppo volatile.
La sola possibilità che ci rimane è la gestione del rischio.
La trottola degli scenari dell'attimo presente. Riconoscimento di forme."
(W. Gibson)
[*]
dall'Intervento di Cecilia Casula all'iniziativa UDI-CGIL Liberarci dalla precarietà - Roma, 29 marzo 2006

Cecilia Casula
E' nata e vive a Roma.
Diplomata al mitico Orazio, si laurea in Sociologia col massimo e una tesi sulla comunicazione nelle organizzazioni sindacali.
Non contenta di un diploma di giornalismo, è fresca fresca di un Master pari opportunitario.
Ahimè, nessuna è perfetta!
Scherziamo, Cecì.
Da sei anni e mezzo lavora alla Met.Ro S.p.a di Roma, con la seguente qualifica: operatrice di stazione e gestione, oltre che… selezionata ed operativa come speaker per diffusioni sonore e comunicazioni alla clientela in lingua straniera sempre presso la medesima società.
Insomma, traduce lei: sono un ferroviere!
Il suo curriculum, dopo una sfilza di mille altre cose, alla voce altre attività, si chiude indicando la collaborazione con Udi (quella cosa di via Arco di Parma) e il Comitato Pari Opportunità di Met.Ro S.P.A di Roma.
Noi diciamo solo che siamo felici di ospitare il suo inter.vento come primo, dopo le tre grandi.
em & mac
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