Domanda: che cos’è il FLO?
È l’acronimo di Fairtrade Labelling Organizations.
Al FLO aderiscono i marchi di garanzia del commercio equo (17 tra Europa, Stati Uniti e Giappone).
Certifica che i contadini nel Sud del mondo producano secondo i criteri del fair trade: paghe decenti ai propri braccianti e possibilità di organizzarsi in sindacati, rispetto di standard lavorativi, di sicurezza e ambientali. Fissa anche criteri per gli importatori che devono pagare la merce un prezzo “giusto”. I prodotti certificati sono: caffé, tè, riso, frutta fresca, succhi di frutta, cacao, zucchero, miele, palloni, vino e fiori.
Adesso vi starete chiedendo il perché di questa domanda.
Piccolo passo indietro.
Che cos’è la Nestlè?
L’abbiamo spiegato con una passeggiata per Perugia.
Ma ci siamo fermate agli anni novanta.
Adesso vi dobbiamo un piccolo aggiornamento perché nel frattempo tante cose sono successe.
Secondo il rapporto annuale della ICFTU, la Confederazione internazionale dei sindacati liberi, nell’aprile 2003 in El Salvador la Nestlè chiude una sua fabbrica, rifiutando di negoziare i termini della chiusura col sindacato locale.
Solo grazie ad una campagna internazionale di solidarietà si è giunti ad un accordo fra sindacato ed azienda che rispettava le richieste dei lavoratori.
In Corea nel 2003 è accusata dalla Commissione per le relazioni sindacali della provincia di Chungbook di “aver portato avanti ogni sorta di intimidazioni e intromissioni” nella disputa con il sindacato locale. La disputa è nata per il trasferimento forzato di 44 lavoratori ad un nuovo settore, che preludeva ad un licenziamento.
Le stesse lotte sindacali in Colombia nel biennio 2003-2005.
Il 14 luglio 2005, l’International Labor Rights Fund deposita presso la Corte federale di Los Angeles una denuncia contro tre compagnie che importano cacao dalle coltivazioni della Costa d’Avorio, maggior produttore mondiale, accusandole di traffico di bambini, torture e lavoro forzato.
Le tre società sono Nestlé, Archer Daniels Midland (ADM) e Cargill.
La class action è avviata da uno studio legale dell’Alabama, “Wiggins, Childs, Quinn & Pantazis”, per conto di tre bambini, in nome di tutti quelli del Mali coinvolti dal 1996 ad oggi, calcolati in migliaia.
Soltanto pochi giorni fa, inoltre, la IUF (International Union of Food) chiede al governo filippino di indagare sull’omicidio di Diosdado Fortuna avvenuto lo scorso 22 settembre.
Diosdado, impiegato presso la piantagione di Cabuyao-Laguna, una delle più grandi della Nestlè nelle Filippine, è un rappresentante sindacale fortemente impegnato nello sciopero ad oltranza che da gennaio 2002 vede i lavoratori della piantagione protestare contro Nestlè per il mancato riconoscimento dei diritti relativi alla pensione.
Fatte queste premesse passiamo al nocciolo della questione.
Dal novembre 2005 la Nestlè può fregiare un proprio prodotto del marchio di certificazione del commercio equo e solidale!
Il FLO, appunto!
Rilasciato dalla Fairtrade Foundation inglese.
Ma leggiamo cosa pensano alla Nestlè del commercio equo e solidale:
“Se ai coltivatori di caffé si pagassero su vasta scala i prezzi del commercio equo e solidale, superiori a quelli di mercato, si incoraggerebbero quegli stessi coltivatori ad aumentare la produzione, con un ulteriore effetto di distorsione sull'attuale squilibrio tra domanda e offerta, e dunque di abbattimento dei prezzi del caffé verde” (Nestlé, Novembre 2003).
Insomma, equo e solidale va bene, purché i bassi prezzi pagati ai produttori non si tocchino.
Eccolo qui il caffé incriminato.
NESCAFE Partners’ Blend è questo il nome del caffé più amaro.
Non hanno avuto nemmeno la decenza di cambiargli il nome.
Prodotto con chicchi di arabica d'alta qualità provenienti dall' Etiopia e da El Salvador.
Questa notizia ha portato al levantamiento (mi passate il termine?) da parte dell’Agices (Associazione Generale Italiana Commercio Equo e Solidale), dell’Associazione Botteghe del Mondo Italia e del Fairtrade TransFair Italia. Sono le Associazione che fanno parte del mondo del commercio equo e solidale in Italia.
Nel comunicato ufficiale dell’Agices si legge: “Riconoscere ad un prodotto Nestlé di far parte di questo mondo vuol dire porre definitivamente il bavaglio a tutte quelle organizzazioni della società civile che hanno sempre ritenuto scorretti e poco trasparenti i comportamenti di Nestlé nei paesi del sud del mondo in cui operava e opera. Per questo, in tutto il mondo, la Nestlé è stata ed è tuttora sottoposta a pesanti campagne di boicottaggio e di pressione”.
E l’unica cosa sicura è che il caffé equo e solidale della Nestlè in Italia avrà vita molto dura.
Ma sentiamo cosa dice Harriet Lamb, che la Fair Trade Foundation UK la dirige e che ha deciso di concedere alla Nestlè la certificazione: “Bisogna ricordare che il marchio è dato solo a singoli prodotti e non a intere compagnie. La nostra scelta è solo un modo diverso per raggiungere l'obiettivo di sempre: cambiare in positivo il comportamento delle multinazionali e del commercio in generale rispetto allo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Questo nuovo caffé è un altro passo avanti nel lungo cammino intrapreso da Fairtrade e pone la sfida a tutte le altre multinazionali del caffé che ancora non fanno commercio equo”.
Ci chiediamo:
La Nestlè ha intrapreso davvero il cammino del commercio equo e solidale?
Possibile che la multinazionale più boicottata della storia abbia rimorsi di coscienza?
Ad un tratto i suoi dirigenti hanno avuto rigurgiti di solidarietà e hanno deciso di migliorare le condizioni di alcuni contadini continuando allo stesso tempo a disconoscere i diritti di altri?
Questo riconoscimento ha tutta l’aria di essere un regalo alle strategie di marketing di una multinazionale che ha come scopo quello di farsi un bel maquillage e avvicinare a sé quella percentuale di consumatori che hanno aderito allo stile di vita del commercio equo e solidale.
Nel Regno Unito il 50% di coloro che bevono caffé comprano prodotti Nestlé.
Negli ultimi anni però si è sviluppata una consistente fetta di mercato per il caffé Fair Trade.
In molte catene di bar viene servito esclusivamente Fair Trade Coffee.
Un’ottima ragione per i manager della multinazionale svizzera per attuare una differenziazione di prodotto e cogliere le opportunità offerte da una nicchia di mercato che seppur piccola presenta elevati margini di crescita.
Altro che interesse per le condizioni dei lavoratori nelle piantagioni di caffé.
Natale 2006 roc
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