Il 22 luglio è un giorno di intensi lavori per l'Assemblea Costituente, i temi trattati sono importantissimi e la partecipazione intensa.
Infatti
Si riprende la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri.
E prima di parlare di scuola e di libertà, la seduta continua con una discussione sui freddi, ma necessari, dati finanziari che il Ministro del tesoro Corbino comincia ad elencare da bravo “ragioniere”.
La musica quindi cambia e sarebbe alquanto noioso ascoltare tutta una serie di numeri e di date.
C’è comunque da dire che verso questi dati l’Assemblea offre viva attenzione, ma cercheremo di sintetizzare l’esposizione di Corbino usando, come egli stesso dice «il minimo di chiarezza e compiutezza di esposizione[...]»
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Il bilancio 1945-46 è in disavanzo a causa di numerose spese pubbliche, e si stima inizialmente in circa 350 miliardi delle vecchie lire.
Si fanno previsioni per il biennio successivo e oltre, si sa che le spese aumenteranno, e di molto, ma l’Italia deve essere ricostruita e bisogna trovare sempre nuove entrate.
Non sono state fatte operazioni a carattere speculativo, come per esempio l'aver evitato di emettere in circolazione nuova carta moneta, cosa che è per il governo un vanto perché ha evitato indebiti arricchimenti alle spalle dello Stato e l’aumento dell’inflazione.
Per gli anni 1947-48-49 si spera in un pareggio del bilancio, ma bisogna fare i conti con le spese straordinarie e soprattutto con quelle militari che saranno necessarie ancora per qualche tempo.
Si lavora perché i prezzi scendano, ma come rimpinguare le casse?

Le due direttrici sembrano essere le imposte e il risparmio, con l’emissione dei Buoni del Tesoro, accompagnate da una politica di mercato, di produzione e di consumo dei beni: sviluppo della circolazione delle merci e blocco del loro accumulo e della «loro conservazione a carattere speculativo».
Si discute ad ampio raggio di economia e della lira. È questa una fase molto delicata.
Con l’occupazione degli Alleati, alla lira si è sostituita la am-lira, ora bisogna ritornare alla vecchia moneta e quindi determinare il valore delle equivalenze e i nuovi tagli.
Non mancano i riferimenti all’indispensabilità dei finanziamenti esteri per far fronte alle immediate necessità della ricostruzione.
L’Italia importa più di quanto esporti ed ha estremamente bisogno di materie prime: carbone, petrolio e grano.
Si pensa al Piano UNRRA, alle rimesse degli emigranti e, in prospettiva, anche al turismo.

Per ottenere aiuti dall’estero l’Italia deve dimostrare di essere un paese serio, dice Corbino, ed ispirare fiducia per sperare di entrare negli accordi di Bretton Woods.
Con i soliti Vivi prolungati applausi - Molte congratulazioni, si conclude l'intervento del Ministro Corbino, non prima però di essersi tolto qualche sassolino dalla scarpa...
[...]
Onorevoli colleghi, consentitemi poche parole di carattere personale: desidero ringraziare gli oratori che mi hanno rivolto parole benevole, ed anche coloro che criticandomi mi hanno reso il grande servigio di rafforzare ancora di più,
se ne avessi avuto bisogno, la mia convinzione.
A tutti desidero fare rilevare che dopo le elezioni mi sarebbe stato facile coprirmi dietro la disciplina di partito per sottrarmi alla responsabilità di partecipare al Governo e di andare nei banchi dell’opposizione nei quali si trovano
i miei compagni di lista.

Non volevo farlo e non l’ho fatto.
Invitato dall’on. De Gasperi e dai colleghi degli altri partiti, che sono entrati nella combinazione ministeriale, a continuare a reggere il Dicastero del Tesoro, ho accettato, infrangendo la disciplina di partito, perché sentivo che era mio dovere, una volta che me ne era offerta la possibilità, di stare, in momenti duri, nello stesso posto in cui ero stato in momenti relativamente più facili.
Sono qui quindi a fare il mio dovere, ad assumere tutte le odiosità che il posto porta come non lieto appannaggio, ad affrontare tutte le impopolarità quello che posso per il consolidamento della Repubblica.

Lo darò con il mio abituale ottimismo,
cari colleghi, che il passato ha giustificato e che il futuro, spero, giustificherà.
vivi: l'ottimismo è il profumo della vita di Epicarmio Corbino!

roc: Non voglio anticiparvi niente ma in futuro ci saranno dei bei match sul caro Epicarmio.
Ne vedremo di cose interessante che sembrano uscite fresche fresche dall'attuale realtà politica.
Come per dire: le cose non cambiano mai!
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare l’on. Bianchi Bianca. Ne ha facoltà.
em: adesso per favore non disturbate, la Bianchi non voglio perderla neanche un attimo...
BIANCHI BIANCA, Gruppo Socialista dei lavoratori italiani.
Onorevoli colleghi, un senso di elementare giustizia ci impegna oggi, nella nostra vita, a dare più è possibile un volto ed una essenza umana al corpo del nostro Stato, ad adeguare istituzioni e costumi alle nostre vive esigenze di democrazia.

vivi: iniziamo proprio bene!
In questo senso trova giustificazione tutta la politica delle riforme sociali, di cui si tratta anche nelle dichiarazioni del Governo.
Noi vorremmo sperare che questi provvedimenti, promessi a beneficio dell’umana dignità dei poveri e degli umili, fossero davvero messi in atto il più presto possibile.
Vorremmo augurarci che queste sane leggi, a servizio delle classi più diseredate, più servili alla servile economia odierna, potessero essere prese in considerazione.
Non vorremmo che rimanessero ancora per lungo tempo promesse scritte sulla carta.
L’adeguamento delle pensioni al costo della vita: è un senso di giustizia che ci richiama a questa rivendicazione sociale; è un senso di giustizia che da ai nostri uomini, che hanno speso tutta la vita nel lavoro a beneficio e a servizio della società in cui hanno vissuto, il medesimo diritto all’esistenza.
roc: Non è possibile, sempre pensioni! Ma è una fissa...
Non voglio sentir parlare sempre di questo argomento tanto io non ce l'avrò mai la pensione...
em: aspetta un attimo, qui cominciano a parlare di stato sociale, di welfare, come si dice oggi.
Vediamo se quello che dicono può essere utile per un'analisi dello stato attuale...
Bisogna non aprire loro la porta dell’elemosina, della pietà delle istituzioni e dei singoli;
bisogna dar loro il diritto elementare alla vita che è diritto di qualsiasi cittadino nella compagine dello Stato, e occorre al più presto rivedere tutto il sistema di assicurazioni che dia ai lavoratori - interamente impegnati nella vita attiva di questa nostra umana società - quella sicurezza concreta di uno Stato che si serve della loro opera ma, nello stesso tempo, li difende, li protegge negli infortuni e nelle avversità.
vivi: concordo pienamente con quello che dici, cara Bianca, e forse siamo rimasti veramente in pochi, visto che si va affermando un certo liberismo, che nulla a che fare con la libertà, che vede nello Stato il demonio e nel mercato l'acqua santa, misura dell'intera umanità.
Io sono fiduciosa che qualcosa si smuoverà e che di sicurezza concreta di uno Stato si ritorni a parlare...
E per questo senso di giustizia che dà ad ognuno quel che gli spetta in questo mondo suo e che ci conduce a considerare ogni problema dello Stato come un compito serio di noi stessi, io vorrei parlarvi di un problema sociale, un po’ dimenticato in verità.
È un peccato che nelle dichiarazioni del Governo si sia parlato troppo poco del problema della scuola.
vivi:senso di giustizia, un sentire comune che oggi si sta perdendo, perché si sta perdendo il senso della socialità che, come direbbe qualcuno, non è un semplice stare insieme, ma avere cura.
L’accenno messo lì a chiusura del discorso dell’on. De Gasperi su una questione tanto assillante della nostra coscienza contemporanea, ci giustifica certe nostre preoccupazioni o che sia volontariamente sfuggito il problema e non si sia ancora preso sul serio, o che il silenzio di parole d’oggi voglia significare assenza di opere domani; ci giustifica anche la preoccupazione che si continui a seguire quella nostra inveterata abitudine di riporre la scuola, l’educazione tutta, all’ultimo degli ultimi interessi del vivere sociale.

roc: "Si continui a seguire quella nostra inveterata abitudine di riporre la scuola, l’educazione tutta, all’ultimo degli ultimi interessi del vivere sociale...".
Quindi le fondamenta per la distruzione graduale della scuola sono stata buttare tanti anni fa. Adesso siamo allo sfascio e nemmeno dopo averla ridotta in questo stato vergognoso si riesce a cambiare un certo modo di intendere la scuola.
Invece di ergerla a pilastro della nostra società la si affossa sempre più.
Eppure non si fa altro che parlare di difendere la nostra cultura e la nostra civiltà.
Domanda: ma a partire da cosa bisogna difenderla?
E soprattutto: in che modo vorrebbero difenderla?
La mia povera intelligenza riesce ad individuare un solo modo: la scuola.
L'unico modo che utilizzarei per difendere la nostra cultura è studiare la nostra storia.
Ma chi professa questa difesa sono proprio coloro che hanno utilizzato la scuola come un tappetino per pulircisi i piedi.
Bisogna mettersi in mente che la scuola è una cosa seria; e tanto più seria oggi nella nostra coscienza; un’esigenza che tutti noi dobbiamo sentire, soprattutto noi italiani ai quali è affidato il compito di ricostruire moltissime cose.

Il nostro Paese, voi sapete, non ha soltanto da rifare la sua economia distrutta e non ha soltanto da ricostruire le sue case;
deve far risorgere tante altre ricchezze, tanti altri valori negati sepolti nella coscienza umana,
deve ricreare l’onestà e la libertà nelle coscienze, deve educare questo nostro popolo, che è sempre vissuto nella povertà dello spirito, alla ricchezza e alla forza della vita morale.
(Applausi).
Per questo, onorevoli colleghi,
se il problema della scuola è sentito oggi vivamente da tutte le nazioni civili, europee ed extraeuropee, io direi che ancora più fortemente deve essere sentito da noi, nella nostra Italia distrutta
e nella carne e nell’anima;
nella nostra Italia che ha troppe piaghe da dover curare, nel nostro Paese
che ha tante cose da poter rifare.

Voi potete aver seguito gli studi di questi ultimi tempi ed esservi persuasi che anche le nazioni che hanno vinto la guerra, in Europa e fuori d’Europa, si interessano vivamente alla revisione di tutto il problema educativo e fanno un’opera di critica, oggi, di tutto il sistema della scuola.
Inghilterra, Russia, Stati Uniti, a cui si può aggiungere la Svizzera, e i popoli del Nord si manifestano insoddisfatti dell’organizzazione scolastica dalle elementari sino all’università.

Vogliono migliorare l’istruzione primaria, cercano di prolungare il termine di questi studi elementari, vogliono aprire scuole
ad un numero sempre maggiore di alunni,
cercano tutti i mezzi per istituire corsi post - scolastici atti a dare cultura a coloro che hanno speso e spendono la propria vita nel lavoro;
studiano insomma i modi e le situazioni
per poter dare un accento un po’ più moderno,
e democratico, a tutto il sistema.
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E noi, in Italia,
con tutte le nostre anime distrutte, dopo tanti anni di assenteismo, di miseria morale, di violenza
che ci hanno dato l’ipocrisia delle coscienze
e la sfiducia in noi stessi;
atrofizzati, come siamo, nei sentimenti e nelle idee più pure, sofferenti nella carne e nel cuore sentiamo il dovere di fare qualcosa e di prendere una coraggiosa posizione a beneficio della scuola.
Noi rimettiamo ancora la scuola, come hanno fatto i governi passati da 30 o 40 anni fino ad ora, all’ultimo degli ultimi posti.
em: Cara mia, sapessi oggi a che posto sta nella classifica...
Ci sono interessi di immediata esigenza: ed è vero.
La nostra casa brucia ancora di tante sofferenze; noi abbiamo viva negli occhi la visione di tanti lutti;
il popolo soffre per la disoccupazione e
per la miseria economica;
ha sempre davanti a sé questa tristezza, questa disperazione, questo dolore che attanaglia la sua vita giorno per giorno.
Ed è difficile liberarsi.

Questi problemi sono di così immediata importanza che vanno risolti immediatamente, non si possono rimandare a domani.
Il problema del pane, per esempio, e del lavoro non si può rinviare; non si può temporeggiare su di esso senza distruggere nel medesimo tempo la nostra possibilità di vita quotidiana.
Però, badate, tra i precetti degli uomini civili c’è quello di dare la mercede agli operai,
ma ce n’è ancora un altro, giustissimo, maturato nel corso della storia dell’umanità, di tutte le epoche:
dare il sapere liberatore agli spiriti,
perché insieme ai valori del corpo ci sono i valori dell’anima che non si possono dimenticare (Applausi),
perché insieme alla nostra esistenza quotidiana c’è la vita dei valori dello spirito di cui noi dobbiamo essere i difensori.
vivi: vivissimi applausi anche da parte mia. ![]()
La conoscenza rende liberi, soprattutto una buona dose di capacità critica!! 
Per ciò bisognerebbe prendere con serietà il problema della scuola. Dico con serietà perché fino ad oggi tutti i governi non l’hanno preso seriamente.
Hanno dato delle riforme, si, ma sono state semplici atti d’archivio, legate ai governi che avevano interessi reclamistici in politica;
hanno finito per asservire la scuola
a determinati fini di partiti ed
hanno ucciso quella che è l’opera stessa dell’educazione, il culto, la libertà
al di là di tutte le organizzazioni politiche.
La libertà deve esistere in sé e per sé,
come fine a sé stessa.
La scuola, in Italia, non è mai stata libera, è stata sempre asservita a qualche cosa o a qualcuno.
E per avere sempre cercato il fine fuori di sé, nasconde nel suo seno elementi
conservatori e reazionari.
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Si presenta come una povera scuoletta
che vivacchia, che tira avanti, vuota di contenuto, priva di anima, piena di parole,
di frasi, di sapere enciclopedico che vi forma un uomo molto colto, erudito e sapiente,
ma male educato.
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Perciò il nostro popolo è colto, erudito e sapiente; ma è uno dei popoli peggio educato della vita civile internazionale, perché noi non sappiamo formare la coscienza, né irrobustire il carattere, né dare vita all’intelligenza libera.
Io non vorrei offendere la suscettibilità di nessuno se dico che noi formiamo la coscienza a base di catechismo.
Purtroppo non facciamo il catechismo soltanto in religione; ne facciamo anche quando insegniamo filosofia, letteratura, aritmetica e gli altri rami del sapere, perché diamo formule vecchie e ripetute e non impegniamo l’alunno a discutere queste medesime formule.
Io chiamo questa nostra scuola confessionale, perché non educhiamo l’alunno a criticare e a pensare e non gli diamo sufficiente fiducia in se stesso affinché da solo possa camminare, orientarsi ed affrontare e risolvere ogni problema.
(Applausi).
Ora, quando noi parliamo della laicità della scuola
vogliamo intendere questa volontà seria che formi uomini dalle convinzioni
serie e forti,
come diceva Silvio Spaventa nel tardo Risorgimento.
È un atteggiamento religioso di fronte alla vita e non è,
come osserva lo stesso pensatore, negazione del divino, ma affermazione di esso;
uccisione della lettera e affermazione dello spirito.
Quando la lettera tiranneggia, lo spirito muore e quando è morto lo spirito è morta
anche la forma religiosa
Cristallizzate pure la religione nel catechismo, fatene pure una particolare disciplina
di competenza ecclesiastica;
l’alunno vi ripete le formule,
ma non si convince dell’idea,
vi ridice la letteratura,
ma non capisce niente dell’anima della poesia (Applausi),
vi può ripetere tutti gli schemi ma l’animo suo è privo del contenuto di ciò che ha imparato e ripetuto e finisce per non aver concluso nulla
in tutti gli anni passati a scuola.

Questo senso di libertà è una cosa sola con la serietà delle istituzioni e degli intendimenti.
La prova che abbiamo preso alla leggera il nostro compito la troviamo nei numerosi istituti che hanno ottenuto con tanta benevolenza la parificazione.
Oggi abbiamo tante scuole, senza alcun controllo, che ogni anno vi mettono fuori,
in libera circolazione, diplomati atti, o inadatti, ad esercitare il loro compito: povera gente che non si orienta nel sapere e non sa trovare la forza della vita, perché non ha libertà, non sa agire per conto proprio e non sa discutere dei suoi problemi di esistenza.
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Ora, noi dovremmo rivedere tutto questo sistema educativo e porre un freno all’invasione di istituti privati, per rendere alla scuola la sua serietà.
roc: NO COMMENT
È necessario che la scuola sia parificata, come tutti abbiamo promesso al popolo, ed è necessario prima di tutto dar libertà agli insegnanti perché ne facciano un degno uso al servizio dei discepoli.
A questi poveri insegnanti, che giuridicamente ed economicamente costituiscono un mondo irrequieto di servi, di ribelli nell’odio impotente della loro anima,
verso tutto quel vecchio ordinamento che li soffoca in ogni atto,
noi vorremmo fosse ripristinato lo stato giuridico che avevano conquistato nel 1902
ed hanno poi perduto in seguito alla politica del fascismo.
Conseguenza di questa perdita è stato l’asservimento non solo ai fini di un particolare partito ma a tutte le regole e le regolucce della scuola,
a tutti i provvedimenti disciplinari.
Se volete cercare una classe di servi,
la potete trovare negli insegnanti,
perché li abbiamo abituati così.

Non importa se il loro cuore ha sofferto della soggezione.
Il fatto è che per paura della norma disciplinare abbiamo ottenuto da loro sempre il si, non abbiamo avuto, se non raramente, il loro no, indice di santa ribellione all’ingiustizia delle cose; dicono di si perché hanno paura della sospensione, del trasferimento in località disagiata; obbediscono passivamente con un abito di fuori ed uno di dentro, lavorano come meglio possono, ma non rendono molto per la scuola.
E vorrei dire un’altra cosa in base a queste dichiarazioni.
Bisogna liberare gli insegnanti anche economicamente.
A questi poveri cittadini si è finito
per chiedere troppo.
Si è chiesto loro di essere apostoli, missionari di civiltà in terra nostra, e di dimenticare perciò tutto il resto e di rinunciare alle più comuni necessità di vita comune, molto spesso col pane quotidiano.
Non bisogna mai mettere gli uomini in condizioni di essere disonesti, e noi stiamo mettendo la categoria degli insegnanti nella triste necessità di esercitare la disonestà in seno alla scuola e di non svolgere serenamente il loro compito nel migliore modo in cui lo dovrebbero svolgere.
(Approvazioni).
Noi possiamo chiedere fino da oggi che si prendano provvedimenti in tal senso e si adeguino gli stipendi al costo della vita, perché i maestri non siano necessitati a riempire la loro esistenza di lezioni private, ad asservirsi agli interessi privati,
e possano avere la serenità opportuna per svolgere dignitosamente il loro dovere.
Per questo lavoro il Governo potrebbe trovare benissimo consensi e collaborazione in tutte le correnti sane della democrazia.
A parte gli aspetti diversi di posizioni ideologiche, mi sembra che chi concepisce la democrazia debba nello stesso tempo concepire la scuola come prima formazione democratica delle coscienze.
È assurdo richiedere ad un popolo di essere democratico prima di averlo educato ad essere tale.
roc: Mi viene in mente una frase su un libro che ho letto un pò di tempo fa.
Ricalcava più o meno la frase "Fatta l'Italia bisogna fare gli Italiani". Più o meno questa frase diceva: "Fatta la Repubblica bisognava fare lo Stato Repubblicano".
È ingenuo sperare di porre i fondamenti della democrazia, se non ci impegniamo a dare questo insegnamento in seno alla scuola.
La rigenerazione ci deve venire dagli insegnanti e dagli alunni, da una purificazione completa, da un ripristino del senso di serietà e di giustizia in tutto l’ordinamento scolastico.

Il Governo potrebbe intanto cominciare a fare qualcosa:
c’è da sostenere la lotta contro l’analfabetismo,
troppo diffuso ancora in Italia,
e contro l’ingiustizia sociale che considera sempre la cultura come un lusso e un privilegio di coloro che possiedono ricchezze,
e non un diritto sacrosanto delle persone umane.
Su questo piano di idee e di realizzazioni il Governo dimostrerebbe la sua forza e la sua altezza.

Io credo che la scuola sia il banco di prova della intrinseca forza e ricchezza del nostro Stato democratico.
Se fallisce la nostra opera qui, fallisce il problema della democrazia, perché non porremo le basi per avere domani una sana legislazione di libertà nella nostra vita italiana.

E credo che questo sia l’unico mezzo di difendere il nostro patrimonio di entità nazionale.
em: meravigliosa..
Il patrimonio territoriale ci viene spezzettato dalla compravendita dei mercati dei potenti Stati vincitori.
C’è però una ricchezza che nessuno può dividere, frazionare, comprare o vendere a suo piacimento: è questo patrimonio di cultura sana, di idee giuste, di verità e di libertà, di concreta storia che porta il timbro e l’anima della nostra gente.

È un valore spirituale, che costituisce l’entità della nostra nazione, e ci unifica nelle reciproche differenze.
Questa nostra opera di salvezza ci darà il modo di riconquistarci un diritto che sembra perduto: quello di appartenere al mondo della giustizia e di vivere una vita civile tra gente civile.
(Vivissimi applausi - Molte congratulazioni).
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...continua